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La parata dei vattienti a Pasquetta, i ricordi d'infanzia e papà

Non c’è che dire.. sono commossa… ha risvegliato in me convinzione, amore e senso di appartenenza.. ed anche una infinita malinconia…

Mi spiego e sono commossa mentre ricordo.

Finalmente quest’anno sono riuscita ad andare alla manifestazione di Pasquetta che si tiene al di fuori della Chiesa del Carmine a Napoli. L’anno scorso (abito in questo quartiere antico da pochi anni) mio padre mi spiegò che quelle processioni di uomini vestiti di bianco che vedevo sfilare da bambina assieme ad una fanfara, sono una sorta di atto votivo o penitente che un fedele fa nei confronti di un santo, della madonna o di dio stesso. Documentandomi scopro che come ogni festa popolare, ha ancora origini più antiche.

Bene. L’anno scorso scopro (http://libera_madani.blog.tiscali.it/jj1391051/) che costoro non si limitano a sfilare. Prima di tutto scopro che c’è un carro al seguito: o la memoria m’inganna o davvero non ne avevo mai visti di carri al seguito di questi uomini in bianco con fascia colorata in vita prima di abitare qui. La seconda cosa che scopro è che in prossimità di edicole votive, chiese e cappelle la comitiva (in genere una 50ina o più di persone, da bambina le ricordo ancora più folte) si fermano e lì comincia una specie di coreografia tutta particolare.

Quello che mi mancava era la giornata più importante (avevo assistito infatti solo alle parate giù casa mia, innanzi ad un’edicoletta ed in passato non avevo che visto la semplice parata accompagnata da musica perché non ho mai abitato di fronte ad alcun simbolo di culto), cioè quella di Pasquetta dove in genere proprio nella piazza del Carmine si radunano i vari gruppi da tutta Napoli.

Così stamattina come per miracolo (poiché ieri notte ero andata come al solito a dormire quasi all’alba) mi sono svegliata e mi son preparata e sono andata a piazza del Carmine. Mentre facevo i vicoletti dietro casa mia, mi sono imbattuta in un gruppo di vattienti, quello che era innanzi passato davanti casa mia. Ho proseguito alla volta della piazza ma lì mi sono resa conto che era presto: i gruppi dovevano prima portare a compimento il loro percorso processuale iniziato a mattina presto – giù casa mia sono passati ogni giorno più volte e la mattina spesso verso le otto) e poi si radunavano nella piazza.

Quindi approfittando del tempo in avanzo, sono entrata in chiesa ed ho ascoltato un pezzo di messa, cosa che non facevo da anni. La mia amica M. che una volta in Germania per il Natale ci ha quasi trascinati tutti in chiesa, sarebbe felice. Appena ho sentito i fuochi d’artificio (perché ogni “fermata” votiva oltre alla coreografia segue e termina con un esplosione di fuochi d’artificio) mi sono precipitata fuori.

Lì ho visto ed ho veramente goduto di una manifestazione popolare che rappresenta le tradizioni della mia città. Mi sono commossa.

Quando ero bambina – il ricordo è ben vivo – mio padre soprattutto di domenica era solito prendermi in braccio (da piccola piccola mia madre racconta che mi prendeva sul palmo della mano) io seduta e lui che mi cantava o fischiava i motivetti di queste fanfare e che mi agitava allo stesso tempo al ritmo in cui i vattienti muovono e sollevano il carro allegorico. Questi motivi sono ben impressi nella mia mente e mi accompagneranno sempre ed appartengono ad un periodo in cui mio padre era felice, spensierato e fiducioso.. un periodo in cui mio padre era un altro e non aveva dovuto subire i tanti dispiaceri che ha subito (della sua vita e delle sue disavventure e della sua bontà e fiducia nel prossimo se ne potrebbe scrivere e scrivere)… ma quello era un periodo felice e spensierato anche per me… io pargola di uno, sei, nove anni e lui ragazzo di ventotto, trentaquattro e trentasette anni… io ne ho trenta ora e non sono più così spensierata e felice come lo era lui allora.. ma questo non so se lo capisce e se ne rende conto… forse sì ed è uno dei motivi che rabbuiano quel viso un volta luminoso.

La manifestazione culminava: i diversi gruppi iniziavano l’atto finale. I gruppi in verità quest’anno erano solo due, di contro all’anno scorso che ne erano diversi come mi ha detto mio padre – cosa che mi è dispiaciuta parecchio ma non perché la cosa non mi avesse soddisfatto o non mi fosse bastata, ma perché sono terrorizzata che le tradizioni che hanno distinto così fortemente Napoli, si stiano perdendo. Così come il carattere del napoletano verace.

Ad ogni modo sono arrivati in piazza e ci hanno dilettato di un balletto di carri che si volteggiavano uno intorno all’altro. Per capire la cosa bisogna dire che questi carri sono lunghi dieci-venti metri, pesano tantissimo e sono sorretti da schiere di trenta o più uomini e lo sforzo è enorme. Loro lo sorreggono ma devono anche farlo a ritmo molto sostenuto, ballando, muovendosi a ritmo e secondo dei passi ben precisi.. una delizia… soprattutto se penso che a fare queste cose sono molte delle persone che definisco del “contrasto”, che vi spiegherò forse un altro giorno chi siano.
Accanto anzi innanzi a loro, una fila di vattienti con stendardi – donazioni di fedeli - che avanzano ed ad un certo punto si fermano a turno, si abbassano sulle ginocchia e reggendo sempre questo pesante stendardo ed inclinandolo ad un punto critico, iniziano a girare su se stessi sempre a ritmo molto sostenuto… poi i vattienti con gli stendardi si ricongiungono, si separano, si danno la mano, fanno volteggiare lo stendardo, si alternano alle coreografie del carro… insomma un susseguirsi di avvicendamenti ordinati secondo regole ben precise ma anche secondo coreografie variabili da gruppo a gruppo e da tempo a tempo…

Ho visto tutti e due i gruppi fino alla fine ed ero felice. Ero sola in un quartiere, nel centro di una piazza che era stata quella di mio padre prima che si sposasse. Così guardavo i palazzi intorno, relitti semidiroccati della seconda guerra mondiale, risanati alla bella e buona ed immaginavo lui sopra che ci giocava, sfidando pericoli di mine inesplose e di palazzi dalla stabilità compromessa. Mia nonna – mi raccontavano – andava sempre alla ricerca di mio padre, disperata e furente per quel suo ultimo pargolo indomabile. Mia nonna mi hanno raccontato che da giovane era autoritaria, una donna di polso – io quando la ho conosciuta era oramai già una vecchiettina dolce e quieta – e così la immaginavo con una mazza alla ricerca di mio padre…

In realtà la mazza mia nonna non l’ha mai usata contro suo figlio, piuttosto ricordo bene che la usò contro la villanissima genera sua – la moglie del primo figlio - che un giorno picchiò mio padre. Come si era permessa? Ecco che la cercò per tutta Napoli – si dice – in realtà la Napoli storica, finchè non la trovò e le spiegò ben bene che la violenza attirava altra violenza… questo modo di dire, mio padre da bambina e ragazzina me l’ha ripetuto all’infinito.

Mio padre proveniva da una famiglia particolare. Erano di borghesia medio alta; si dice che nell’ottocento erano tra i pochi a potersi permettere di possedere una carrozza. Poi quando arrivò la generazione di mio nonno, egli potè godere poco di tanti agi perché dovette conquistarsi tutto da se per varie disgrazie familiari. Infine la famiglia di mio padre campava dignitosamente, ma arrivò la guerra e la malattia del nonno, che pare portò a gravi disturbi della personalità di costui.

Mio padre arrivò in un periodo in cui mio nonno era già parecchio assente. Poi quando morì, aveva appena 16 anni. Così essendo il più piccolo, fu un po’ adottato dagli altri fratelli e sorelle.

La condizione di mio nonno fece sì che di tutto il ramo della nostra famiglia, i suoi figli non poterono studiare (ma non volerono nemmeno, se si esclude mio padre che di volontà a riguardo – direi passione di conoscenza – l’ha sempre avuta). Si costruirono però un solido futuro che purtroppo l’ignoranza e la cattiveria di una parte della famiglia - quella della famosa genera nefanda – devastò. Allo stesso tempo anche i miei zii ed una delle mie zie – la più ribelle – si sono sempre acculturati ed aggiornati a dispetto del loro titolo ufficiale per cui una parte importante nella mia vita è stato sempre l’insegnamento da parte di ogni singolo membro familiare che noi dovessimo studiare.

Ora sono passati degli anni e mio padre è cambiato, ma mentre assistevo a questa tradizione ed i ritmi delle melodie uscite dal mio passato compenetravano il mio presente, non facevo altro che pensarci e pensarci.

Così immaginavo mio padre che faceva anche lui il vattiente.. so – anche se non me l’ha detto – che l’orgoglio di casta di mia nonna non glielo avrebbe permesso perché la manifestazione è pur sempre stata di carattere popolare.. però mi piace immaginarlo che ci abbia potuto prendere parte, magari all’insaputa di sua madre.. non ho mai chiesto nello specifico: papà, ma tu lo hai fatto?

Sono contenta di aver partecipato a questa cosa ma per tutto il giorno ho avuto l’angoscia che le tradizioni nostre si perdano…pensavo che semmai un giorno avrò un figlio e l’opportunità di vivere in questa città e lavorare per un piccolo mattone della sua vivibilità, mi piacerebbe che prendesse parte a questa manifestazione, come tanti bambini che formavano la testa di questi piccoli cortei processuali… mi rendo conto che l’Italia si sta sempre più “ibridendo”… ci sono tante influenze culturali, ma i nefandi anni ottanta hanno dissolto la nostra identità in un acido consumistico che ci ha levato la forza e la convinzione se non la conoscenza per combattere per la sopravvivenza delle nostre tradizioni, della nostra cultura e del nostro modo di pensare…

Mio padre ha avuto il pregio di avermi insegnato tante cose, mi ha insegnato soprattutto la morale cristiana e da quello tutto l’orgoglio di essere quello che sono. Mio padre per me rappresenta quanto di più napoletano vero e sincero ci possa essere in questa città. Ne parla sempre con amore ed obiettività. Come sia possibile? Lui lo fa.

Per me guardare quella manifestazione, caldeggiarne l’esistenza, supportarla, comprenderla e goderne delle bellezze mi riporta a mio padre più e più volte, per più aspetti.. ma questo lui non lo sa né mai glielo dirò…

So solo che questa era la giornata giusta per vedere la parata e per pensare a mio padre, perché oggi 28 marzo – e stranamente lo avevo dimenticato – è stato il compleanno di papà.

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