Avere la possibilità di godere l'arte è una delle esperienze più eccitanti che a mio parere esista. Credo di poter annoverare il lungometraggio “L'eclisse” di Michelangelo Antonioni come espressione di una classica Opera d'Arte, laddove - riferendomi ad un'oggetto cinematografico - intendo un lavoro che si spoglia in parte dell'aspetto ludico e rappresentativo della realtà e diventa qualcosa di più profondo. Vedere e godere un film come L'eclisse sollecita una serie di moti dell'animo, che spaziano dalla irrequietezza, alla tristezza, dalle tensioni emotive, alle speranze, che non sempre portano lo spettatore medio ad un giudizio immediato che esprima soddisfazione e contentezza. Tuttavia il valore di tali opere si percepisce al massimo livello quando ci si rende conto che per un qualche motivo nelle ore e nei giorni a seguire si elaborano quelle sequenze cinematografiche nella propria sfera emozionale. In un certo senso si verifica un po' un ritorno alla catarsi operata dai greci con la loro drammaturgia.
“L'eclisse”, a mio parere, è emblematico di un passaggio storico importante, in quanto meglio rappresenta il cambiamento che si verifica in seno all'arte cinematografica ed alla società dell'epoca. Il cinema comincia ora ad aprirsi verso nuovi orizzonti, che lasciano intravedere luoghi della produzione artistica completamente inesplorati.
Analizzando la società degli anni Sessanta, infatti, si rileva chiaramente quel benessere diffuso, che raggiunge vette vicine ai massimi storici del nostro paese. La società, scevra delle contingenze di cui si era dovuta occupare fino ai decenni precedenti, culminati in Italia nella sequenza “dittatura-guerra-ricostruzione”, approda alla ricerca esistenzialista della realtà: l'umanità sviluppa un senso di vuoto e di insoddisfazione e le nuove generazioni avvertono la necessità – più o meno dichiarata - di ridefinire il significato della vita stessa - significato numerose volte interrogato dalla protagonista della pellicola, Vittoria, e di cui nella società se ne avverte un mero surrogato. D'altronde è verità oramai riconosciuta che laddove regni il benessere materiale e le necessità primarie sono pienamente soddisfatte, l'uomo ha bisogno di ridefinire in direzione di una maggiore profondità mediante prassi introspettive il significato di cose ed avvenimenti che lo circondano.
Particolarmente significativo è proprio il contrasto tra l'esistenzialismo endemico di Vittoria, che si dimostra più volte indifferente ai beni materiali, conquista oramai acquisita della società in cui è cresciuta e vive, ed il materialismo puro della madre - puro perché orientato prettamente all'aspetto pecuniario della realtà -, donna proveniente da un passato in cui il soddisfacimento delle istanze umane primordiali era fattore decisivo alla sopravvivenza. Ecco, così, che questa donna appare in tutta la sua drammatica condanna alla ricerca affannosa di un benessere che altro non è che illusorio, perché se da un lato il dio Denaro si rivela in tutta la sua caducità, come il nulla che si crea e si distrugge arbitrariamente fino a riportare tutte le cose allo zero assoluto, allo status quo, dall'altra l'esistenza stessa di Vittoria, prodotto di quel benessere effimero, è il manifesto esistenzialista dell'inconsistenza di tale “parvenza di benessere” sulle istanze più profonde dell'animo umano. A tal scopo è emblematica la frase in cui Vittoria mostra a Piero: “questo è quello che fa paura a mia madre” alludendo alla miseria della sua gioventù.
Antonioni, però, approda ben oltre la ricognizione allora rivoluzionaria dell'illusorietà del benessere materiale, oramai oggi grosso modo accettata nel pensiero sebbene non nella pratica, ma mette a fuoco anche le modalità in cui il nuovo male, il male di esistere, prende forma: ecco che i dialoghi non solo si riducono all'essenziale, ma mettono in luce una profonda incomunicabilità tra i soggetti. Urlatori che sembrano delle caricature uscite da un qualche inferno della mente, coppie che non osano trovare un senso all'amore ed alla vita di coppia, paesaggi che sembrano progettati per soddisfare le istanze di un mondo fatto di macchine e non di esseri viventi: tutto questo è l'espressione più fedele e meglio riuscita dell'alienazione più genuina della società moderna.
Non a caso gli unici momenti in cui Veronica sembra ritrovare la voglia di vivere e dunque le emozioni più vere, è quando si cala nel ruolo della donna tribale e quando fa il verso alla seriosità e drammaticità dell'uomo moderno: come dire, ricerchiamo un benessere che invece abbiamo perduto.
I pochi dialoghi presenti, pronunciati per lo più dalla moderna eroina dell'alienazione appaiono di una modernità sorprendente: ecco che Vittoria rimanda indietro al mittente le affermazioni della sua amica riguardo i popoli africani, che “hanno appena perso la coda”; ecco che si domanda sovente cosa sia la felicità; ecco che si rifiuta di dare risposte compiute ad ambiti dell'esistenza umana che hanno perduto ogni significato; ecco che pone l'accento su una felicità che non è un'acquisizione eterna, ma caduca a sua volta (quando risponde a Riccardo, che avrebbe voluto farla felice, dicendole che erano stati felici). E in questa sua modernità Vittoria appare quanto di più simile esista ad un pensatore esistenzialista dell'epoca, tanto che i suoi dialoghi potrebbero a ragione ascriversi al pensatore-drammaturgo per eccellenza dell'epoca, Sarte.
In questo stato di cose, tutto va verso una deriva: il significato della vita di Vittoria, le ricchezze di sua madre e di quelli come lei, la società stessa con i suoi mostri urbani ed i titoli di giornale apocalittici. E' come se il regista avesse voluto interrogarsi su dove ci porterà una modernità effimera, laddove all'orizzonte si profila il nulla di positivo.
Sotto un punto di vista prettamente cinematografico, non mi è difficile ravvedere un parallelismo con quanto accaduto circa un secolo prima nel mondo della pittura con l'avvento della fotografia: con il diffondersi della televisione, che si impone come mezzo principale di informazione, di indagine della realtà oggettiva, di modalità predominante di intrattenimento, occorre una ridefinizione profonda del significato, del ruolo, delle modalità espressive della cinematografia moderna. Ecco che diventa strumento di introspezione e di sollecitazioni sensoriali, nuova modalità di stimolo dell'intelletto umano, non più mera espressione narrativa di cui ne conserva eppure ancora qualche aspetto. Non mi è difficile ravvedere, conscia delle pur grandi diversità, analogie con il cinema di Fellini e di Pasolini, dove il filo comune, seppur declinato in maniera differente, resta il riferimento ad una sorta di surrealtà, paradosso che si cela dietro la facciata della modernità.
Ecco che in Antonioni si ricorre a paesaggi talmente privi di vitalità da essere stati paragonati alle architetture metafisiche per antonomasia, quelle presenti nelle opere pittoriche di Giorgio De Chirico. In Fellini si opera una declinazione paradossale degli eventi della realtà; Pasolini, invece, ricorre a personaggi umani ai limiti della realtà. Luoghi, fatti, persone sono i tre ambiti in cui i tre grandi registi esplorano un nuovo modo di plasmare l'arte cinematografica, analizzando al contempo i cambiamenti sociali, le acquisizioni dell'epoca moderna.
Se dovessi ricercare dei parallelismi con la Pittura, proverei ad azzardare delle analogie Antonioni-De Chirico, Fellini-Picasso, Pasolini-Duchamp ma anche Dalì ed altri, considerato l'enorme tributo che traspare dall'opera di questo maestro nei riguardi dell'arte pittorica.
Tornando a “L´eclisse” di Antonioni vi è da dire, infine, che probabilmente il ricorso all'impiego di paesaggi dalla forte connotazione metafisica è anche da ricercarsi nel sentimento di alienazione che le conformazioni urbane dell'Eur hanno da sempre ispirato: non credo Antonioni fosse stato l'unico ad aver avuto la sensazione di trovarsi all'interno di un dipinto di De Chirico esplorando quelle ambientazioni. Sicuramente l'associazione gli viene stimolata dal comune senso di alienazione che sia i dipinti di De Chirico, sia le architetture dell'Eur (architetture fasciste che rielaborano in chiave moderna e con grande enfasi i canoni dell'architettura classica) ispirano.
Daniela Valeria Lubreto
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