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Le contraddizioni del sistema ambiente della città di Amburgo

Per l‘anno 2011 e per la seconda volta, l‘EU conferisce il premio di „Capitale verde europea“ e lo fa assegnandolo alla città di Amburgo.

Eppure, vivendo qui da diverso tempo, non posso far a meno che segnalare la contraddizione di questo titolo con la realtà della città.


Da persona che ha avuto modo di abitare in diverse città, mi sono accorta sin da subito che ad Amburgo non viene praticata una raccolta differenziata così precisa e metodica. Ho cambiato diverse abitazioni in diversi quartieri e mi sono trovata sovente in difficoltà a trovare contenitori per la raccolta del vetro e della carta. Nella migliore delle ipotesi, assieme al cassonetto generico, di cui ogni edificio è dotato, vi si trova il contenitore per la raccolta dell‘umido. Altrimenti tutto „tace“ e se vi sono punti di raccolta alternativi, questi non sono facili da trovare. Nel chiedere ai vari affittuari istruzioni a riguardo, mi sono imbattuta sovente in persone che sembravano gli avessi chiesto chissà quale cosa al di fuori della realtà. Così, ben presto, mi sono fatta l‘idea che deve esistere un qualche metodo alternativo per lo smaltimento dei rifiuti. Consulto qualche persona che lavora nel settore della produzione di impianti di termovalorizzazione e scopro che 
tutto funziona, o meglio dovrebbe funzionare come in ogni dove, ovvero con un‘ordinaria raccolta differenziata (che mi sembra alquanto scadente) ed il successivo sversamento dei rifiuti „selezionati“ negli inceneritori.
Resta il fatto che essendo l‘incenerimento dei rifiuti la tecnologia diffusa, è lecito chiedersi: „Beh, e dunque dove sta tutta questa tutela ambientale?“

Francamente di aziende o impianti per il recupero dei materiali di scarto, come quello presente nell‘esperienza del comune trevigiano di Vedelago, non ne ho ancora sentito parlare. Sembra che la città vada fiera di questo suo sistema e dorma sugli allori. Tuttavia, in questa direzione sono da segnalare le modalità di „recupero“ dei „rifiuti“ civili ingombranti, quali elettrodomestici (raccolti, ripristinati e venduti da appositi esercizi commerciali) ed arredi (raccolti in depositi comunali e rivenduti a prezzi stracciati). Ci si domanda, però, se tutti questi elettrodomestici antichissimi presenti per questo motivo nelle case locali, non sia un‘arma a doppio taglio, in quanto trattasi sicuramente di apparecchi dalla classe energetica molto bassa e dunque dai consumi molto alti. Dubbia resta anche la possibilità di praticare questa strategia in Italia, dove il recupero di arredi vecchi e fuori moda convincerebbe di sicuro ben poco le aspettative estetiche dell‘italiano medio; e quindi se non resti più sensato anche per questa tipologia di rifiuti, recuperarli come materia prima.

A rincarar la dose, posso testimoniare senza paura di sparlare, che da quando sono qui, ho visto per la prima volta un contenitore per le raccolte di batterie usate solo qualche giorno fa. Alla faccia della tutela ambientale. Se non sono stata capace di capirlo per più di anno e se nella casa dove abito attualmente i miei affittuari mi hanno lasciato in eredità un quantitativo inquietante di batterie usate, probabilmente un truce inenunciabile sospetto prende largo nella mente…

Sicuramente, come in Olanda, nei supermercati è regola trovare delle macchine, preposte alla raccolta delle bottiglie vuote di plastica, in genere dell‘acqua o di alcune bibite gassate. Se si acquista però un succo di frutta, o qualsiasi altra bibita in bottiglia di plastica, si scopre presto che non è accettata dalla macchina. Vi è da dire che a differenza delle prime bottiglie (acqua e bibite gassate) per cui si pagano 25 centesimi di „vuoto“, per questa seconda tipologia di bottiglie in plastica non si paga niente. Dunque, viene fuori l‘ipocrisia: la gente restituisce le bottiglie, perché rivuole indietro i soldi; le altre finiscono nei rifiuti comuni. Tuttavia, il sistema di raccolta di queste bottiglie funziona e probabilmente è il motivo per cui potrebbe funzionare anche in Italia. Viene solo da chiedersi tutte queste macchine elettriche, i relativi componenti elettronici, e le relative schede, non finiranno prima o poi per rappresentare dei rifiuti di difficile smaltimento? Non sarebbe stato più semplice organizzare una raccolta manuale dove la responsabilità è demandata alla coscienza civile dei cittadini???

Altra questione: il sistema dei trasporti. Ad essere sinceri Amburgo è dotata di uno dei sistemi di trasporto pubblico più sviluppati ed efficienti che abbia conosciuto. Una copertura capillare, garantita certo anche dall‘impiego estensivo degli autobus verosimilmente puntuali, che permette il raggiungimento delle varie parti della città. Eppure la città ha un‘estensione territoriale veramente enorme, una bassa densità abitativa e gli spostamenti per via dei mezzi pubblici hanno nel complesso dei tempi molto lunghi. Non è difficile dover aspettare una decina di minuti, inoltre, tra l‘arrivo di un treno della S-Bahn e l‘altro e spostarsi tra due estremi della città non è raro richieda un‘ora e mezza.
Il punto essenziale è che per questo motivo, prima o poi siano in molti quelli che sentono la necessità di ricorrere all‘autovettura pur di risparmiare un‘oretta buona del proprio tempo giornaliero, in una civiltà contemporanea dove gli straordinari lavorativi sono sempre più norma e quasi sempre non retribuiti. Le politiche insediative del passato, inoltre, hanno comportato una crescita notevole – come per molte città – delle fasce di territorio direttamente ad essa prospicienti, comportanto da un lato l‘intensificazione della rete dei trasporti che comunque vanno alimentati, e dall‘altro la possibilità che sempre più persone abbiano dovuto far ricorso all‘autovettura per poter raggiungere in tempi minimamente accettabili la postazione di lavoro.
Il risultato odierno è che Amburgo ha problemi di traffico veicolare, frequenti ingorghi e penuria di parcheggi che parecchie città in Europa non gli invidierebbero per niente. Il numero delle auto presenti ed anche il comportamento estremamente nervoso degli automobilisti, lasciano trasparire poi ampiamente lo stato dei fatti.
Cosa significa questo in termini ambientali? Con una tale abbondanza di traffico veicolare sembra improbabile che la città produca in valore assoluto bassi valori di emissioni inquinanti. La risposta che do a questo rebus, sta di nuovo nella bassa densità e nella enorme estensione territoriale: in questa maniera le emissioni sono distribuite su un‘area molto più vasta e di conseguenza risultano meno concentrate.

Trovare, inoltre, autobus elettrici in giro è un‘impresa impossibile: almeno in Italia sono anni che nei centri storici si è fatto lo sforzo di introdurli. Certo, in una città come Amburgo, priva di un centro storico vero e proprio e dotata di arterie larghe ed a scorrimento veloce, sarebbe alquanto improbabile un impiego di questi (ricordo che l‘azienda prima al mondo per la produzione di autobus elettrici è italiana). Consci dei problemi della città ed animati dal teutonico e sempiterno stimolo al miglioramento, allora gli Amburghesi hanno pensato di riesumare dal lontano passato e di reintrodurre al dibattito un mezzo di spostamento classico: il tram. E‘ facile rendersi conto che un tram oltre a viaggiare grazie all‘utilizzo di energia elettrica, che in qualche modo deve essere prodotta, dato il suo peso, le sue dimensioni, il quantitativo clamorosamente superiore di passeggeri che trasporterebbe rispetto ad un autobus elettrico, ha però anche bisogno di quantitativi energetici nettamente superiori a questi. E la tutela ambientale?

Allo stato attuale, resta da rilevare che la gente sembra non rinunciare per nulla alle autovetture. Dappertutto sembra di notare che la città abbia la capacità semplicemente di guardare al passato, ma non di azzardare vere e proprie innovazioni.

Un tema particolarmente rilevante dovrebbe essere l‘approccio adottato nel settore edile.
Qui con sorpresa si scopre che dagli addetti del settore considerino sovente gli impianti fotovoltaici come uno spauracchio: escludendo quelli elettrici, per cui nel nord della Germania si possono avere problematiche reali dovute al clima locale, bisogna dire che anche quelli per la produzione di acqua calda sono per lo più assenti, se messi a paragone con la maggiore diffusione che questi hanno in Italia. Sicuramente la strada intrapresa nel nostro paese va incentivata e coltivata, considerando che le ore di insolazione sono non solo notevolmente superiori ma hanno un rendimento anche maggiore (e quindi sono possibili senza alcun problema, anche gli impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica).

Amburgo è una città ricca, produttiva, costantemente in movimento e questo lo si vede anche dal settore dell‘edilizia, eppure proprio lì le delusioni crescono ancora.
Se si prendono gli interventi puntuali, rappresentati da lotti sparpagliati sul territorio, delle dimensioni per la costruzione di un edificio, si nota che la pratica ricorrente è quella della demolizione e ricostruzione. Al di là della necessità semantica della conservazione del patrimonio storico, la domanda che sorge spontanea è: ma non sarebbe il caso di recuperare gli edifici e di evitare la produzione di rifiuti edili, il cui smaltimento è quanto mai problematico? Ed inoltre: cosa fanno di questi detriti? Dove finiscono?
Inoltre essendo valida l‘equivalenza elementare „maggiori costi di costruzione = maggiori attività da intraprendere per la realizzazione = maggiore impiego di risorse e di energia“ risulta chiaro come recuperare, invece che costruire, sia sicuramente una via più sostenibile sotto il punto di vista ambientale. Eppure non capita di rado che nei piani di recupero urbano di interi territori appartenenti ad ex aree produttive o ad ex presidi ospedalieri, si trovi solo una piccola percentuale destinata alla preservazione di edifici preesistenti: la stragrande maggioranza viene tutta rasa al suolo. Parlando con gli addetti del settore, si scopre stupiti che questi edifici rappresentano per il progettista comune e per l‘immobiliare di città un vero e proprio problema, in quanto incapaci di introdurre all‘interno del preesistente delle misure atte a ridurre le dispersioni termiche ed a rispettare i parametri imposti a livello europeo. La cosa lascia veramente perplessi se uditi da un professionista italiano, in quanto in Italia si parla e si opera più sull‘edificato preesistente – e quindi di misure di adeguamento energetico – che non di progettazione ex-novo. La tradizione progettuale e costruttiva della Germania, d‘altronde, è dal dopoguerra fortemente incentrata sulla pratica della costruzione ex-novo, cosa in alcuni contesti anche accettabilissima, ma che lascia trasparire l‘incapacità nella pratica ricorrente di rapportarsi all‘edificato preesistente e dunque ad operare in direzione del contenimento della produzione di detriti industriali di difficile smaltimento.

La ricerca nel mio settore, resasi conto della grande responsabilità demandata all‘edilizia in termini di risparmio delle risorse, risparmio energetico, nuove modalità insediative, ha fatto passi da giganti. Durante gli ultimi anni in cui ho vissuto in Italia, poco prima di venire qui, c‘era grande fermento. Arrivata qui, scopro che certe pratiche sono oramai endemiche e non ve ne si parla molto, ma sono quasi trattate come un fardello da adempiere, senza che davvero vi sia la coscienza tra i professionisti della grande responsabilità a cui sono chiamati.

Così accade di vedere progetti di urbanizzazione ai fini abitativi di ex-aree produttive dismesse che non presentano alcuno degli stimoli, dei risultati, degli assiomi teorici delle nuove teorie sulla densificazione urbana, ma si rifanno a concetti obsoleti, dove non è per nulla raro ritrovare puntualmente ampie aree destinate alla presenza anacronistica ed intoccabile di abitazioni mono o bi-familiari ed ampie porzioni di suolo destinati al „propagandistico“ verde urbano, sbandierato ancora come un marchio di sostenibilità. Al contrario secondo le teorie più moderne di tutela ambientale, occorre evitare che i territori antropizzati, e dunque gli insediamenti urbani, si diffondano sul territorio e diventa necessario sfruttare le aree all‘interno delle urbanizzazioni al massimo della loro capacità, promuovendo invece l‘impiego di verde urbano sui tetti degli edifici e sulle pareti verticali. Per questo motivo mi riesce difficile credere che a giocare un ruolo fondamentale per l‘acquisizione del titolo „capitale verde europea“ sia stata la bassa densità insediativa della città e la presenza di numerosissimi interstizi di verde.

Vi è da dire che Amburgo si è fatta, però, promotrice di uno dei concetti della densificazione urbana: quello di poter ricavare ulteriori unità abitative dal recupero dei sottotetti o talvolta dalla costruzione di ulteriori piani al di sopra degli edifici preesistenti. Vi è da dire, però, che anche questa misura nasconde dietro l‘apparente facciata ambientalista, una mera azione amministrativa di fatto utilitaristico: si vuole indurre, in questa maniera, a trattenere all‘interno dei confini territoriali del Land numerosi lavoratori, che altrimenti si trasferirebbero nei comuni ad essa prossimi come è avvenuto abbondantemente negli anni passati, e dunque a trattenere nelle proprie casse i versamenti contributivi che finirebbero altrimenti nei comuni di residenza dei lavoratori.

Infine un tasto dolente e controverso anche nella città tedesca: l‘approvvigionamento energetico mediante centrali nucleari. Amburgo ne ha a ridosso ben tre di questi impianti e la gran parte degli approvvigionamenti energetici della città si basa sull‘energia prodotta da questi. Inutile dire che problematiche ambientali legate alle centrali nucleari sono di volta in volta denunciate dai cittadini e messe a tacere dalle istituzioni. L‘Amburghese comune si sente relativamente tranquillo, anche se bastano semplici ricerche o anche esperienze personali a far trovare in aree vicine a quelle dei siti nucleari, giardini domestici con piante dalle menomazioni genetiche, oppure riscontrare la frequenza di determinate patologie all‘interno del profilo sanitario della popolazione. Personalmente mi sono imbattuta io stessa in queste piante geneticamente deformi, mi sono imbattuta personalmente in persone che avevano avuto la stessa patologia risiedendo in territori contigui ed io stessa ho avuto dei campanelli di allarme sulla mia salute, dopo che per diversi mesi ho bevuto l‘acqua di uno di questi territori, sospettosamente gravemente inquinati.

Infine le ultime argomentazioni sui miei dubbi relativi alla dubbia esemplarità in relazione alla sostenibilità ambientale della città di Amburgo: non bisogna dimenticare, che la città per tradizione e storia è un importante porto commerciale; la sua economia più che su impianti produttivi, si è basata da sempre sul terziario, dunque sugli scambi commerciali e sui servizi; è ovvio che rispetto a città dalla tradizione industriale vera e propria, gode sicuramente di una situazione di partenza di vantaggio, che non significa necessariamente essere stati ingrado di applicare delle diligenti politiche ambientali.

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