Il DDL sull’Università, le proteste popolari e la noncuranza della Camera: com’è nata l’Oligarchia in Italia
Credo che si sia arrivati alla conferma che l’Italia non è più una Repubblica democratica, ma una Repubblica OLIGARCHICA.
Nelle settimane passate si sono mobilitate migliaia di persone per protestare contro un DDL sull’Università che, dietro il paravento di alcune misure che possono finanche convincere, nasconde invece drastici tagli economici all’intero apparato accademico statale.
Quello che mi interessa, però, sottolineare ora è il fatto che il Parlamento a fronte di una sì massiccia protesta popolare, carica anche di allegorie (la protesta sui tetti per indicare la cultura soprattutto) e di rischi (oltre che di feriti), non abbia smosso un “dito” per poter ascoltare i protagonisti della protesta; che corrisponderanno, in sostanza, proprio a coloro che il Decreto lo “subiranno”.
Non una tavola rotonda con i portavoce del dissenso di massa. Non un tentativo di intermediazione, di contrattazione o semplicemente di ascolto.
Come nelle migliori tradizioni dittatoriali, il postulato da cui si è partito è stato “la legge è questa, o così o così”. Inamovibile, rigida, autocelebrativa… e tutti avanti a votare.
Così arriva il giorno della manifestazione del consenso o del dissenso in Parlamento, che dovrebbe essere la voce del popolo sceso in piazza ma che invece rispecchia, in tutta la sua assurdità, una legge elettorale che stabilisce una maggioranza in Parlamento che nulla ha a che fare con la maggioranza delle piazze, delle persone comuni, degli italiani.
Si vota ed il caro Fini ancora una volta elude quanto normalmente asserisce in fase di talk show o di dichiarazioni ai giornali. Questa, però, è ancora un’altra questione.
Ecco che, dunque, la maggioranza in Parlamento è raggiunta ed è sorprendentemente a favore del decreto, contro cui in piazza si sono opposti in massa. Ennesimo paradosso dello scostamento tra volontà popolare e rappresentanza parlamentare.
Il semplice fatto che si sia votata una legge avversata dal popolo (e quando in Italia si arriva a certe manifestazioni di piazza così massicce, si può stare tranquilli che quelli in piazza sono solo una piccola percentuale di tutti coloro che sono concordi con la protesta ma che sono rimasti a casa o negli uffici), senza che sia stato fatto il benché minimo sforzo per ascoltare o andare incontro alle richieste della protesta democratica, ci dimostra ancora una volta come siamo di fronte ad un’oligarchia, sprezzante di quello stesso popolo che dovrebbe rappresentare. Già dovrebbe. Di fatto il nostro complesso sistema elettorale ed anche la struttura di molti partiti ci mettono di fronte all’evidenza che in realtà il popolo sceglie ben poco dei suoi rappresentanti. Ancora una volta ci si trova di fronte ad un calderone di “pre-scelti” da entità partitiche, su cui il popolo non può esprimere alcun favore o dissenso, in quanto il voto si limiterà ad un generico consenso partitico.
Su queste basi, risulta chiaro ed evidente come sia quanto mai urgente una riforma della legge elettorale, che rimetta nelle mani della popolazione il diritto di scelta dei suoi rappresentanti politici.
Occorrono, però, anche altre regolamentazioni, che tenderanno ad organizzare un quadro chiaro e complesso di quelli che dovranno essere i futuri presupposti del fare politica in Italia.
In un paese dove entrare in politica è diventata una strada per “sistemarsi”, risulta quanto mai urgente stabilire che – per esempio – i risarcimenti o meglio i compensi percepiti dai rappresentanti politici debbano rispecchiare o meglio debbano essere calibrati sulle entrate di ogni singolo, prima della sua entrata in politica. Può essere ammesso un “aggiustamento”, una percentuale che vada a compensare eventuali perdite, eventuali mancati guadagni per sospensione attività, ma una percentuale che non sia mai tanto grande poichè scendere in politica deve essere anche un rischio che il singolo cittadino si assume per il bene della collettività, perché fare politica è esprimere degli ideali, quanto di meglio l’animo umano sappia produrre… e non godere di benefici e benefit, sprezzanti delle situazioni di disagio della stragrande maggioranza della popolazione.
L’art. 51 della Costituzione asserisce “Chi è chiamato a funzioni elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”. Da cui si evince che chi entra in politica, pur non perdendo per licenziamento o per radiazione dagli albi, il suo diritto a vedersi assicurato nel futuro il proprio lavoro (una sorta di maternità politica, per intenderci), deve però dedicare tutto il tempo necessario all’espletamento del ruolo affidatogli dalla sovranità popolare, per cui risulta impossibile se non complesso poter esercitare contemporaneamente la professione pregressa.
Dulcis in fundo, introduzione di un limite al numero di anni e di mandati che una sola persona può ottenere nell’arco dell’intera sua vita e, personalmente, non ci vedrei nemmeno male l’introduzione di una percentuale puramente random di eletti tra il popolo, un po’ alla stregua della selezione dei giudici popolari.
Io credo che ora più che mai, di fronte alla lampante tracotanza degli attuali rappresentanti politici della volontà popolare, sia necessaria una mobilitazione di massa e non demordere sul piano della lotta politica, a cui tutti noi singoli cittadini siamo chiamati a partecipare
Nelle settimane passate si sono mobilitate migliaia di persone per protestare contro un DDL sull’Università che, dietro il paravento di alcune misure che possono finanche convincere, nasconde invece drastici tagli economici all’intero apparato accademico statale.
Quello che mi interessa, però, sottolineare ora è il fatto che il Parlamento a fronte di una sì massiccia protesta popolare, carica anche di allegorie (la protesta sui tetti per indicare la cultura soprattutto) e di rischi (oltre che di feriti), non abbia smosso un “dito” per poter ascoltare i protagonisti della protesta; che corrisponderanno, in sostanza, proprio a coloro che il Decreto lo “subiranno”.
Non una tavola rotonda con i portavoce del dissenso di massa. Non un tentativo di intermediazione, di contrattazione o semplicemente di ascolto.
Come nelle migliori tradizioni dittatoriali, il postulato da cui si è partito è stato “la legge è questa, o così o così”. Inamovibile, rigida, autocelebrativa… e tutti avanti a votare.
Così arriva il giorno della manifestazione del consenso o del dissenso in Parlamento, che dovrebbe essere la voce del popolo sceso in piazza ma che invece rispecchia, in tutta la sua assurdità, una legge elettorale che stabilisce una maggioranza in Parlamento che nulla ha a che fare con la maggioranza delle piazze, delle persone comuni, degli italiani.
Si vota ed il caro Fini ancora una volta elude quanto normalmente asserisce in fase di talk show o di dichiarazioni ai giornali. Questa, però, è ancora un’altra questione.
Ecco che, dunque, la maggioranza in Parlamento è raggiunta ed è sorprendentemente a favore del decreto, contro cui in piazza si sono opposti in massa. Ennesimo paradosso dello scostamento tra volontà popolare e rappresentanza parlamentare.
Il semplice fatto che si sia votata una legge avversata dal popolo (e quando in Italia si arriva a certe manifestazioni di piazza così massicce, si può stare tranquilli che quelli in piazza sono solo una piccola percentuale di tutti coloro che sono concordi con la protesta ma che sono rimasti a casa o negli uffici), senza che sia stato fatto il benché minimo sforzo per ascoltare o andare incontro alle richieste della protesta democratica, ci dimostra ancora una volta come siamo di fronte ad un’oligarchia, sprezzante di quello stesso popolo che dovrebbe rappresentare. Già dovrebbe. Di fatto il nostro complesso sistema elettorale ed anche la struttura di molti partiti ci mettono di fronte all’evidenza che in realtà il popolo sceglie ben poco dei suoi rappresentanti. Ancora una volta ci si trova di fronte ad un calderone di “pre-scelti” da entità partitiche, su cui il popolo non può esprimere alcun favore o dissenso, in quanto il voto si limiterà ad un generico consenso partitico.
Su queste basi, risulta chiaro ed evidente come sia quanto mai urgente una riforma della legge elettorale, che rimetta nelle mani della popolazione il diritto di scelta dei suoi rappresentanti politici.
Occorrono, però, anche altre regolamentazioni, che tenderanno ad organizzare un quadro chiaro e complesso di quelli che dovranno essere i futuri presupposti del fare politica in Italia.
In un paese dove entrare in politica è diventata una strada per “sistemarsi”, risulta quanto mai urgente stabilire che – per esempio – i risarcimenti o meglio i compensi percepiti dai rappresentanti politici debbano rispecchiare o meglio debbano essere calibrati sulle entrate di ogni singolo, prima della sua entrata in politica. Può essere ammesso un “aggiustamento”, una percentuale che vada a compensare eventuali perdite, eventuali mancati guadagni per sospensione attività, ma una percentuale che non sia mai tanto grande poichè scendere in politica deve essere anche un rischio che il singolo cittadino si assume per il bene della collettività, perché fare politica è esprimere degli ideali, quanto di meglio l’animo umano sappia produrre… e non godere di benefici e benefit, sprezzanti delle situazioni di disagio della stragrande maggioranza della popolazione.
L’art. 51 della Costituzione asserisce “Chi è chiamato a funzioni elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”. Da cui si evince che chi entra in politica, pur non perdendo per licenziamento o per radiazione dagli albi, il suo diritto a vedersi assicurato nel futuro il proprio lavoro (una sorta di maternità politica, per intenderci), deve però dedicare tutto il tempo necessario all’espletamento del ruolo affidatogli dalla sovranità popolare, per cui risulta impossibile se non complesso poter esercitare contemporaneamente la professione pregressa.
Dulcis in fundo, introduzione di un limite al numero di anni e di mandati che una sola persona può ottenere nell’arco dell’intera sua vita e, personalmente, non ci vedrei nemmeno male l’introduzione di una percentuale puramente random di eletti tra il popolo, un po’ alla stregua della selezione dei giudici popolari.
Io credo che ora più che mai, di fronte alla lampante tracotanza degli attuali rappresentanti politici della volontà popolare, sia necessaria una mobilitazione di massa e non demordere sul piano della lotta politica, a cui tutti noi singoli cittadini siamo chiamati a partecipare
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