Stamattina. Giorno come un‘altro, la sveglia suona, io mi alzo.
Questo fine settimana ho avuto una distorsione all‘inguine. Come sia possibile non lo so: gli unici sport che pratico sono le ispezioni dei 60 mila e passa km quadrati del cantiere dove lavoro, e salire e scendere un interminabile numero di scale.
E‘ la terza volta in meno di quindici giorni che mi capita questa cosa: certo non è normale. Ogni volta sono dovuta andarmene in giro per il cantiere zoppicando e maledicendo il dolore. Questa volta arriva di fine settimana, ma ahimè, mi stronca. Sembra quasi un monito per non essermi riguardata, ma per aver recitato un‘ennesima volta la parte di wonderwoman.
Mi metto a riposo, sabato, domenica, ma non basta. Lunedì sono costretta a casa, avverto in ufficio e mi metto l‘anima in pace che rispetto alla salute non posso fare nulla.
Stamattina credevo la questione risolta, invece sono ancora impedita nei movimenti. Come faccio a continuare così per i prossimi mesi se praticamente per due giorni che la gamba funziona normale, mi viene una distorsione invalidante i quattro giorni successivi? Devo risolvere.
Decido a malincuore come se stessi facendo la più grande sciocchezza della mia vita, che non è il caso di uscire nemmeno oggi e che piuttosto devo vedere necessariamente il medico.
Già.
„Come è possibile che è la terza volta ed ancora non ti sei fatta vedere?“ questo me lo hanno ripetuto in diversi dall‘Italia. Talvolta mi manca la risposta pronta e così ho tergiversato, lasciando che gli altri si facessero la cattiva idea di una persona trasandata. Rifletto stavolta.
La verità è una: dal medico si va solo dietro appuntamento. Io sinora ero presa da urgenze e ci sono andata sempre senza appuntamento. Ogni volta ho dovuto supplicare, giustificarmi, insistere per reclamare un semplice diritto. Non ho voglia delle immancabili frecciatine ed occhiatacce della segretaria, così inconsciamente avevo cancellato l‘opzione medico ed in un certo senso avevo attivato la modalità: il prossimo malanno mi avvisa prima, in modo che posso prendere l‘appuntamento. Follia? Probabilmente, ma è quello che ho pensato: dal medico posso andarci solo quando ho l‘appuntamento. E‘ un cane che si morde la coda.
Tuttavia il pensiero di lavorare ora su un cantiere e di dover essere sempre efficiente corporeamente non mi abbandona.
Dunque mi decido, telefono allo studio medico ed inizio la trafila giustificazione-supplica. Appuntamento tra le quattro e le cinque e mezza, ma c‘è molto da aspettare. Odio questi appuntamenti tipici tedeschi: quando ti devono venire a casa a fare un lavoro o ad allacciarti un‘utenza o ad effettuare le misurazioni dei termosifoni, ti danno sempre appuntamenti che coprono un lasso di tempo „dalle ore alle ore“, ed in genere si tratta di un minimo di due ore magari a metà mattinata. Il bello è che non hai opzioni alternative: o ti mangi la minestra, o ti butti dalla finestra, recita un detto provocatorio napoletano che indica posizioni di rigidezza assoluta.
Mi rimetto a riposo.
Rammento che l’impiegato della banca dopo due settimane non mi ha ancora comunicato l’esito di una richiesta per cui ci volevano solo un paio di giorni. Gli scrivo. Efficientissimo mi risponde subito, mortificandosi per il fatto di avermi completamente dimenticata. La cosa mi fa sorridere: mi avevano dimenticato anche quelli del colloquio di lavoro via skype di venerdì pomeriggio.
Mi comunica alla fine che la mia richiesta non può essere accolta perchè nell’azienda dove lavoro attualmente non sono da tempo sufficiente. Mi viene a mente che lui aveva già settimane fa il mio contratto, da cui evinceva la data di assunzione presso questa nuova azienda. All’epoca mi dice che ha bisogno della terza pagina, che la segretaria della filiale in qualche modo aveva dimenticato di scannerizzare. Così mi contatta dopo qualche giorno dopo per richiedermela ed io gliela faccio avere. Penso: ma se la data di assunzione era già scritta nella prima pagina e la firma era nell’ultima e quarta pagina, a lui questa terza pagina a che cosa serviva? Sono i piccoli ostacoli quotidiani in cui ti imbatti in Germania e se fai l’elenco delle imprecisioni da parte loro, ti perdi in un buco nero. In definitiva lui una risposta me la poteva già dare all’epoca. Inoltre io sono cliente da anni in quella banca, hanno esattamente da sempre tutto il resoconto delle mie entrate mensili e delle mie spese. Non dovrebbe bastare a fargli capire che un’entrata c’è sempre?
La cosa mi indispettisce e così gli scrivo di farmi avere la documentazione per chiudere il conto.
Poi ricordo che l’aggeggio - tedesco - per fare i succhi di frutta, comprato da qualche mese ed usato pochissimo, è praticamente morto ieri al centrifugare delle radici di prezzemolo. Così contatto la Amazon.de perchè sono in garanzia. Mi inviano le istruzioni per spedire indietro, combatto con la stampante che mi ha sempre dato problemi, preparo il pacco.
E’ una mattinata di riposo, ma la mente gira: quindi ricordo che la Finanza mi aveva chiesto della documentazione superflua (basta che un anno e nel mio caso il primo, visto che mi hanno obbligata a sorpresa a lavorare anche qui a partita iva, tu faccia la dichiarazione dei redditi e dopo non te li smolli più, anche se da impiegato in teoria conviene più a te che a loro fare la dichiarazione dei redditi). Io questa documentazione che mi avevano chiesta, l'ho già preparata nei giorni scorsi, ma non l'avevo ad oggi ancora spedita.
Dopo vari tentativi riesco a parlare con il consulente che per fortuna mi comunica che posso anche scannerizzare tale documentazione e fargliela pervenire per Email. Io previdente, gli chiedo e gli scrivo, di farmi avere un avviso di ricezione: oramai secondo la mia esperienza qui le cose vanno un po’ troppo facilmente perse e la colpa è sempre tua, non so se perchè sono quasi straniera o perchè è un abitudine locale dare la colpa agli altri, anche di fronte all’evidenza.
Infine prendo le schede per le votazioni alle elezioni italiane e compio il mio dovere di una cittadina nostalgica di tornare nel suo “imperfettissimo”, ma prezioso paese.
Esco di casa con questo superpacco da rispedire indietro. Non ho l’auto e la prima posta si trova nel piccolo centro commerciale non lontano da casa. Sono due chilometri di nulla che ci separano, o meglio di verde e di abitazioni. All'università li chiamavamo "quartieri dormitorio". Qui sono la norma, non hanno cognizione di una tipologia differente di quartiere, almeno non nella maggior parte di Amburgo. Da qui alla fermata dell'autobus, intercorre un chilometro e passa; da qui al piccolo centro commerciale quasi due chilometri e nel mezzo non un negozio insulso per alimenti o cose di prima necessità. Nulla di nulla. Carico il pacco sulla bici che uso a mo di carrellino e mi avvio. Non funziona pedalare: perdo il pacco. Così traino bici e pacco sino al centro commerciale.
Agli sportelli della posta ti capita sempre il furbo di turno. Basta che si accorgano dove stai andando – e con un pacco di quelle dimensioni è abbastanza scontato – e ti superano a ritmo di falcate. Oppure basta che temporeggi perché il pacco è pesante e loro ti si infilano davanti. Sembra quasi che non si abbia diritto all'indugio. Se mantieni poi le distanze di sicurezza, sembra quasi che gli stai dicendo: prego, passi Lei avanti.
Allo sportello consegno pacco e schede elettorali. C’è di buono che sia Amazon.de che lo Stato italiano hanno pagato in ambedue i casi il portofranco per me.
Mi avvio verso l’uscita e passo per lo sportello del bancomat in quel momento libero. Mi accingo a cercare il portafogli dalla borsa, quando a velocità supersonica si avvicina una tipa che mi dice: posso ritirare io? Le rispondo seccamente, stupendomi di me stessa: No.
Questi sono i tipici modi nordici: che potessi arrivare a fare anche io così, è una piacevole sorpresa.
Così ritiro i miei soldi e dopo decido di osare: mi giro verso la signora e le faccio in modo beffardo e duro “prego!”. Ottengo come risposta un ossequioso "grazie". C’è qualcosa che non va. Se fossi stata gentile, avrei avuto tutt’altro risultato.
Lascio la bici nel parcheggio, poiché mi sarebbe servita al ritorno per la spesa e mi avvio alla fermata degli autobus. Ore 16,32 l’autobus è passato da poco ed il prossimo è alle 16,39. Invece il 118 è sempre maledettamente in ritardo e passa dieci minuti dopo, appena un minuto prima del 7. Decido di prendere lo stesso il 118, perché arriva nei pressi dello studio medico. Invece scopro solo dopo poco mio malgrado che questa corsa si ferma molto prima, obbligandomi a prendere altre due linee della metro prima di arrivare a destinazione: il 118 che avevo preso non era quello delle 16,39 in ritardo, era proprio tutta un’altra corsa! Quello delle 16,39 era probabilmente saltato!
Da casa mia a qualsiasi posto della città voglia andare ci vuole quasi sempre almeno un’ora di viaggio. Non è che abiti in periferia, anzi. E non è nemmeno che abito in una zona mal collegata. Abito in un quartiere come un altro sotto questo profilo e questi sono i tempi di spostamento con i mezzi pubblici di Amburgo. Ho cambiato varie case e vari uffici ed il tempo minimo che ho impiegato nel tragitto casa-lavoro è stato di 50+50 minuti AR.
Arrivo dal mio medico che è bene o male due quartieri più avanti e pure ci metto circa un’ora. Stavolta la segretaria è carina; vengo comunque avvisata nuovamente: c’è da aspettare. Va bene, lo so, ma non posso farne a meno. Nel frattempo chiedo se è possibile fare il richiamo dell’antitetanica. Detto fatto per ammazzare il tempo, ma oltre alla gamba sinistra indolenzita, mi ritrovo anche il braccio sinistro indolenzito, perché questo è l’effetto che fa. Non me lo ricordavo.
Dalle cinque e dieci che arrivo alle sette e trenta che riesco ad entrare nell'ambulatorio, mi aspettano diverse ore di anticamera; ore che decido di riempire continuando la lettura de “Il tramonto dell’euro” di Alberto Bagnai, che non è che mi metta proprio di buon animo nei confronti dei tedeschi. Ne scopro ancora delle belle.
Verso le sette arriva una tizia, di quelle tipiche del quartiere fighetto in cui si trova il medico. Già la sua giacca mi fa inorridire: sembra pelliccia, forse lapin! Ma quando vedo che anche costei porta appesa alla borsa la coda di un povero animale, sono stata lì per lì tentata di dirle: nel nuovo millennio siamo così attenti a riempirci la bocca di belle parole contro le pellicce e si vedono ancora pezzi di cadavere di un povero animale portati come gingillo sulle borse: non si vergogna?
Quanti ce ne sono di questi gingilli in giro. Ma che senso ha?
Mi contengo e continuo la mia lettura.
Ad un certo punto la tizia inizia a sbuffare ed agitarsi. Si rivolge a me con tono inquisitorio ed aggressivo e mi chiede: ha l’appuntamento o è venuta senza? Le rispondo: no non ho l’appuntamento, è un problema improvviso che ho avuto. Mi risponde con un tono ancora più irritato: anche io, ma l’appuntamento l’ho preso lo stesso. Le rispondo incazzatissima nera: prima di tutto anche io ho telefonato stamattina per chiedere di poter venire. In secondo luogo la distorsione che mi impedisce di camminare, non mi ha dato un appuntamento prima di arrivarmi!
Spero che per una volta e per sempre si chiarisca nella mente di un amburghese, di un singolo amburghese, che non tutto può rigidamente essere incanalato nella prassi degli appuntamenti. Ma è una vana speranza, dopo aver osservato come si comportano anche nei diversi "pronto soccorso" girati in passato.
Tuttavia il mio tono iracondo fa il suo effetto e la tizia balbetta una specie di giustificazione.
Torno a leggere il mio libro, cercando di contenermi nella tentazione di dirle di vergognarsi per la coda del povero animale appesa alla borsa.
Arriva finalmente il mio turno. Spiego le cose, faccio la visita. Il mio medico è greco ma ha studiato in Italia. Dopo averne girati diversi ed aver avuto delle delusioni per l’incompetenza e la scarsa professionalità manifesta, mi sono attaccata a questo medico come ancora di salvezza. Tuttavia mi sa che vive in questo paese da troppi anni.
Mi dice al termine del controllo: hai una tendinite; ci vuole tempo, la gamba deve stare a riposo. Ora le preparo il certificato medico per i prossimi giorni. Gli dico: dottore lasci perdere, se crede che possa forzare l'uso della gamba prendendo dei medicinali, meglio che vado a lavoro. Non vorrei ritrovarmi disoccupata. Lui mi risponde: ah già, non sei poi da molto dove sei, meglio lasciar perdere.
Esco dal medico e mi sovviene che uno dei motivi per cui avevo lasciato l’Italia è che volevo veder tutelati i miei diritti di lavoratrice: lavorando con partita iva, la possibilità di restare a casa con la febbre era demandata al buon cuore del datore di lavoro. Tuttavia non è cambiato nulla nonostante qui abbia il contratto: sul lavoro non c’è buon cuore, c'è solo la falciatrice delle erbe secche...
Io sono stata messa in malattia una volta, che avevo veramente grandi problemi e mi sono ritrovata dopo tre giorni la lettera di licenziamento. Ovviamente la cosa mi ha segnata.
Faccio la strada del ritorno ed arrivo finalmente nuovamente al centro commerciale vicino casa.
In genere non riesco a trovare tutto quello che mi serve, ma alcune cose posso sempre prenderle lì. Così entro e faccio i miei acquisti, arrivo alla cassa e già so dopo mesi che compro l’insalata frisee (che sarebbe l’indivia riccia), che puntualmente non sapranno nè se va a peso o a pezzo, nè quale è il prezzo. La scena si svolge nel seguente modo.
Io alla cassiera che non trova detta insalata nel suo elenco stampato: guardi che è insalata frisee.
Lei seccamente ed arrogantemente: lo so! Ma non c’è nel mio elenco.
Io: guardi sono mesi che non è in elenco, forse è ora di farli aggiornare. Costa 2,49 al pezzo.
Lei mi ignora e telefona ai suoi dirigenti. Telefonata che dura un po’ un tantinello per chiedere un prezzo - da me già comunicatole (tra l'altro tutte le insalate costano ovunque 1.99 euro al pezzo, per dirle 2,49 sarò mica scema o furba?). La telefonata però verte anche su argomenti personali.
Alla fine ce la faccio. Pago, metto tutto nel carrello, prendo lo scontrino, lo controllo ed i soliti prodotti con prezzi sbagliati. Si tratta di poche decine di centesimi di euro, decido di evitarmi altre trafile.
Carico tutto nelle borse, vado alla mia bici, la carico, mi avvio... trainandola.
Mentre vado noto che le mani si stanno ghiacciando. A queste latitudini può essere doloroso non portare i guanti e tenere le mani di fuori dalle tasche. Così dimenandomi tra borse della spesa e bicicletta riesco a raggiungere i guanti nella borsa e mi chiedo perché sono andata via dall’Italia se volevo semplificarmi-migliorarmi la vita.
Abito in una grande città, ma vivo i disagi della vita di provincia. Dovrei necessariamente prendermi un’auto, ma è una cosa che per motivi ambientali non mi alletta tanto, ma poi anche finanziariamente non è che proprio me la potrei permettere. Insomma come in Italia, solo che la città in Italia è città, specie la grande città.
Abito a due chilometri a piedi dalla prima possibilità di acquisto di una cavolata qualsiasi. A diversi chilometri dalle cose che mi occorrerebbero normalmente. Nelle mie condizioni - lontananza dai negozi e mancanza di autovettura - dovrei comprare quotidianamente, ma ogni acquisto comporta una deviazione ed uno slittamento del rientro a casa anche di due ore.
Mi devo dimenare tra bici, spese, spostamenti infiniti.. e mi sovviene il pensiero che a marzo sarà la prima volta che dovrò portare i miei coniglietti dal veterinario senza chauffer (come amava definirsi il mio ex, automotorizzato). Quattro nigli in un quartiere a 35 km di distanza.. letto bene: quartiere a 35 km di distanza. Dove si trova quello che dalle ricerche effettuate sembra essere uno dei più convincenti veterinari per lapini della città. Sarà da ridere, ma posso approfittarne della visita di mia madre per fare la cosa in due. Speriamo solo per i conigli, che non faccia troppo freddo.
Ho già dovuto prendere il taxi diverse volte ultimamente dalla dipartita dello chauffer e so bene che se dalla fermata più vicina della metro a casa mia sono dodici euro di taxi, andare e tornare dall’altro capo della città, può farmi piangere due giornate di stipendio.
Continuo il percorso verso casa e dimenandomi tra la spesa, la bicicletta, il parcheggio della bici e via dicendo mi ripeto: ma ero venuta per migliorare la mia vita o cosa?
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