La professione di architetto è, negli ultimi decenni, nel pieno di una crisi senza fondo dalla quale ancora non ha saputo trovare i mezzi e la volontà per uscirne: le facoltà di architettura crescono in numero sproporzionato rispetto all'attuale capacità del mercato di assorbire questi professionisti; gli architetti sono in numero sempre maggiore e, spesso, non sono che una minoranza a poter realizzare la professione. In alcune realtà – come soprattutto in quella italiana - il privato rigetta quasi del tutto il ricorso ad interpellare tali professionisti un po' per sfiducia, molto per mancanza di un'adeguata cultura architettonica: “Cosa fa l'architetto? Quale è il suo contributo per il cittadino privato e per la comunità?”.
Allo stesso tempo la sfera pubblica riconferma questa mancanza di consapevolezza del ruolo (chiave) di tale figura ed aggrava la situazione, emanando leggi e dettando disposizioni che consentono anche a professionalità lontane dal progetto di architettura, la pratica architettonica. Soprattutto limita un confronto stimolante ed aperto nel settore sbarrando di fatto l'accesso ai pubblici concorsi di progettazione e/o appalti alla stragrande maggioranza dei professionisti – soprattutto ai più giovani – e confermando, infine, la tendenza a sottovalutare l'operato di questi professionisti bandendo concorsi dai ridicoli premi, che a malapena compensano sforzo e risorse impiegate.
Questa è la situazione del settore, con intensità e declinazioni differenti, comune a tutto il mondo cosiddetto “sviluppato”.
In tutto questo sfacelo, gli architetti sono per lo più complici: insistono nel riproporre la figura obsoleta dell'architetto tuttofare in un mondo dove le conoscenze aumentano giorno per giorno e tenere testa a tutto lo scibile è impresa assai ardua.
Nonostante l'aggiornamento continuo sia prassi molto diffusa nella categoria, questa strategia individuale si rivela dispersiva e fuorviante dal problema. La conseguenza più diretta è che la capacità effettiva dell'architetto di migliorare la società, l'ambiente umano e la qualità della vita – suoi primi e storici obiettivi - è veramente scarsa in quantità e qualità.
Un'adeguata campagna promozionale ed informativa, interventi di didattica sulla popolazione, marketing della figura professionale, riorganizzazione della professione per livelli di specializzazione sempre più necessari, gestione di queste specializzazioni mediante un apparato specifico, individuazione degli strumenti finanziari atti a supportare l'attività, le idee ed il contributo della professione sulla società, selezione degli strumenti gestionali atti a coordinare i contributi vari in un tutt'uno omologo che evita dispersione di risorse e mira a risultati unitari, possono essere le vie possibili per un rinnovamento vitale di una professione che fino a 100 anni fa era un pilastro della società e ritengo ancora possa esserlo.
Se pensiamo all'esempio fornito dalla professione del medico – come sostiene il professore Paolo Bettini dell'Università di Chieti – ritroviamo nella specializzazione proprio la chiave del suo attuale successo: una figura di medico generico rimanda a degli specifici professionisti e le specializzazioni sono così efficacemente delineate e rigidamente separate che non permettono a degli specialisti di invadere il campo di altri. Alla base anche la coscienza che il rispetto dei limiti è fondamentale per la tutela e la sopravvivenza della categoria intera. Certo in questo caso strumento di coordinamento e smistamento fondamentale è stato il sistema ospedaliero ed assistenziale che, pur cambiando da paese in paese, assicura sempre e comunque le basi per il suo funzionamento. Studiare questo esempio, paragonarlo alle peculiarità ed esigenze della professione di architetto, potrebbe essere un buon punto di partenza per individuare strumenti ed organizzazione plausibile allo smistamento ed alla separazione dei vari sub settori disciplinari.
Inoltre, sempre secondo il prof. Paolo Bettini, possiamo ricercare le chiavi di una possibile ristrutturazione del settore anche seguendo lo studio dell'andamento dell'offerta professionale fornita sul mercato dagli avvocati, che nell'ultimo decennio si sono dischiusi settori nelle aziende private solitamente estranei alla prassi legale o “esterni” alla pratica aziendale. Un esempio omologo, a mio avviso, può riscontrarsi studiando la tattica di rilancio sul mercato di molti umanisti, oggi i migliori e più adeguati specialisti per la gestione e risoluzione di determinate problematiche aziendali (p. e. settore delle Risorse Umane). Può allora, ad esempio, intendersi il professionista di architettura in altro modo? Per esempio, come un coordinatore di uno specifico tipo di risorse, capace di dare particolare rilevanza e valore a determinati aspetti peculiari della sua “forma mentis”? capace non solo di organizzare al meglio degli specifici processi all'interno dell'azienda, ma anche di contribuire ad individuare strategie di mercato e caratteristiche dei prodotti che fondino su quelli che sono i postulati sostanziali del fare progettuale architettonico? Non a caso nell'ultimo decennio è nata spontaneamente la denominazione di architetto informatico ed, allo stesso tempo, la figura del web designer, non di rado ricoperta da architetti: queste “deviazioni” sono ancora troppo spontanee e sporadiche, mentre necessario sarebbe individuarle all'interno di una proposta di strutturazione organica della professione.
Ancora secondo il professore Paolo Bettini, un ulteriore esempio può essere fornito dallo studio relativo all'approccio metodologico degli ingegneri nei confronti del proprio lavoro, che fonda sempre sulla scientificità della dimostrazione dell'efficienza dei mezzi impiegati e dei benefici dei risultati ottenuti.
Dunque, individuazione dello specifico contributo della figura dell'architetto all'interno degli obiettivi comuni alla società civile, analisi dei benefici - intrinseci ed estrinseci - direttamente rapportabili alle sue prestazioni, catalogazione delle forme di finanziamento ordinarie ed alternative finalizzate al raggiungimenti degli obiettivi di questa nuova figura rigenerata, strumenti di promozione della professione, tattiche per tale promozione, sono solo alcune delle misure necessarie da individuare per un rinnovamento generale della professione, sostanziate – ove possibile - da adeguati piani economici a sostegno di esse.
Ovviamente ritengo necessario affrontare anche il discorso nello specifico dello studio di progettazione vero e
proprio, sovente paleolitico nelle strategie e nell'organizzazione aziendale, e nei possibili modi di fare impresa adeguati a queste figure professionali. E mi sovviene in mente anche qui la necessità di selezionare sì tutti gli strumenti finanziari atti a supportare gli interventi che si intende autonomamente proporre alla società civile, ma anche la necessità di individuare nuove forme aggregative e organizzative dello stesso e, soprattutto, l'obbligo di dotarsi degli strumenti manageriali, già prassi in molti altri settori. Considerando che oggi una possibile risoluzione dei problemi degli studi professionali e degli architetti potrebbe risolversi suggerendo forme associative tra professionisti e, tenendo sempre più a mente che la maggior parte delle commesse tende ad essere assorbita sempre più dai grandi studi, sarebbe d'uopo ipotizzare e delineare nuovi tipi di professionisti intermedi, come i project manager o meglio gli architetti gestionali, per usare una nomenclatura già in uso in Italia nell'ambito dell'ingegneria.
Sul piano pratico, la nostra società brama della necessità di interventi su problematiche che possono essere individuate e risolte specificatamente dalla figura professionale dell'architetto. Il mondo è una risorsa enorme di commesse che, però, spesso le contingenze della vita quotidiana e la mancanza di un supporto gestionale di riferimento, lasciano relegate alla fantasia ed agli articoli di settore di molti colleghi. Proporre un vademecum di tutti possibili interventi esclusivamente risolvibili dalle competenze dell'architetto, suggerire la possibilità di raccogliere all'interno degli ordini professionali un elenco delle problematiche già in via di risoluzione, organizzare e coordinare le risorse disponibili su progetti omologhi, permettere, dunque, così il confronto tra i vari progetti, ambiti e professionisti possono essere alla base dell'attuazione di piani organici di intervento sull'ambiente umano e sociale, andando a riorganizzare così la figura professionale con lapalissiane ripercussioni su quella che è la percezione di tale professionalità nella società, affrancando una volta per tutte l'opera architettonica da quella scarsa capacità di incisività sul territorio dovuta alla prassi di interventi isolati e puntuali.
Daniela Lubreto
PS: questo articolo l'ho scritto nel 2007 ed è già apparso all'epoca sulla rivista Archimagazine. Tuttavia lo ripropongo perché sebbene molti spunti siano stati appresi, ancora vi è da fare nella nostra professione.
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