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Quando portavamo le kefie…

Sono passati meno di dieci anni da quando io prendevo parte ad ogni tipo di manifestazione di contestazione sociale…
I cortei, le occupazioni universitarie, i centri sociali, il pogare, la musica arrabbiata, gli amici musicanti arrabbiati, la a cerchiata…
ed i vestiti: trasandati, funesti, corredati dall’immancabile kefia…
ma la kefia non era soltanto un capo di abbigliamento, un simbolo, era un messaggio sociale… volevamo dire a tutte le popolazioni arabe e musulmane: siamo con voi al vostro fianco, ci sentiamo come voi e più vicini a voi che a quei reggenti dei nostri paesi che assecondano solo la logica del profitto e del Dio denaro. Siamo stufi come voi delle guerre e delle dittature che sono provenute dal nostro benessere e dalla nostra libertà.. siamo con voi e vorremmo che voi lo sapesse…

Quando ero all’estero andavo fiera di portare quella kefia attorno al collo… era un segno di universalità che mi portavo dietro per il mondo…
Poi improvvisamente è cambiato tutto… dopo il 2001 ho cominciato anche ad avere paura.. ad avere paura che gli arabi vedessero nel mio indossare la kefia, una sorta di denigrazione, di scherno.. era pericoloso… e così come me avranno pensato in tanti la stessa cosa, non se ne sono viste più di kefie…

Ho sentito solo ieri sera il cognome del ragazzo che è stato ucciso in Iraq.. un cognome per me molto familiare.. lo stesso dell’ ex ragazzo, quello che ha contato molto; lo stesso che è stato vicino a me in quei quattro anni, in quelle lotte ideali.. lo stesso con cui condividevo quei sentimenti di universalismo e di vicinanza alle popolazioni oppresse in nome del dio petrolio… fu forse proprio lui ad iniziarmi al mondo delle idee e delle ideologie…
lo stesso cognome, la stessa città di origine, la stessa età.. forse parenti ma poi ho saputo di no…

resta la notizia commovente ed il fatto impressionante: la testa coperta proprio dalla stessa kefia che ci cingeva il collo durante le nostre grida ideali di libertà, avvolgevano la testa di quel ragazzo prima della sua ingiusta ed amara uccisione... un sentimento di commozione e di rabbia prende il sopravvento.. Non ha potuto vedere la sua fine, così come noi anni fa non abbiamo saputo vedere la nostra fine: che abbiamo sbagliato tutto anche noi che ci fregiavamo di essere dalla parte dei “buoni”, degli “aperti”, dei “colti”… noi che, inconsapevoli, con le nostre ideologie abbiamo gettato le basi delle giustificazioni agli interventi militari in questi paesi… una questione che ci si è rivolta contro…

Invece che indossare le kefie, avremmo dovuto imparare l’arabo, leggere il Corano, vivere in quei paesi... ma prima che tutto si rompesse…

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