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Metodologia del restauro architettonico

 Nell’approcciarsi alla metodologia del restauro architettonico la prima cosa da fare è dare una definizione della terminologia che si adopera nel campo. 

Monumento: subito dopo l’unità d’Italia s’intendeva un opera commemorativa e celebrativa, ma a partire dagli anni Trenta esso diventa un documento storico artistico di un determinato momento. 
Bene culturale: Una rivoluzione nella concezione di tutela viene introdotta con la nozione di bene culturale, che denota anche un’accezione economica relativa al monumento. Essa fu introdotta dalla Commissione Franceschini del 1964 con la L.1089. 
Restauro: proviene dal latino reficere, significa rifare; mentre la parola conservazione mira, appunto, a conservare. 
Recupero, riuso: I termini recupero e riuso definiscono degli interventi finalizzati al riutilizzo dell’edificio nel modo migliore, tale da reintegrarlo nella vita corrente. 
Consolidamento: si prefigura come un intervento tecnico atto a prolungare la vita del monumento ed a rallentarne il degrado.

Il Settecento segna una tappa fondamentale nella conservazione in quanto è proprio a questo periodo che risalgono le prime leggi di tutela, e soprattutto in questo momento storico inizia una prima catalogazione del patrimonio storico artistico, atta ad arginare il vandalismo della furia iconoclasta. 

All’Ottocento appartengono numerosi Editti, tra cui il Doria Pamphili del 1802 e quello del 1839 per la Catalogazione delle Opere d’Arte. Nel 1898 l’intuizione dell’importanza della fotografia ai fini della catalogazione di un bene, fa sì che venga istituito il Gabinetto Fotografico Nazionale. Dopo L’Unità d’Italia, nel 1861, si avvia la catalogazione nazionale grazie al min. De Sanctis; ma questa viene portata avanti dapprima solo in Friuli e cominciando con i capolavori. 

Al 1902 risale la prima legge nazionale per la catalogazione e la tutela dei beni artistici, che nel 1909 si allarga anche ai beni storici e paleontologici. Negli anni ’60 il concetto di tutela si amplia, e la catalogazione viene avviata verso interi pezzi di territorio. Infine risale al 1975 la legge 805 del Ministero per i Beni Culturali, che sancisce la creazione di un Istituto Centrale per la Catalogazione e la Documentazione dei Beni Culturali, articolato in 3 sezioni: 1.  Gabinetto Fotografico Nazionale, 2. Aereofototeca, 3. Ufficio Centrale per il Catalogo.

La catalogazione si pone come strumento fondamentale, non solo nel tramandare informazioni a disposizione di altri operatori in futuro ed ai comuni utenti, ma grazie ad un attenta opera di registrazione fa sì che si possa leggere il monumento in ogni suo aspetto. Sino ad oggi purtroppo è stata in larga parte disattesa. Attualmente nel sistema italiano di catalogazione dei beni culturali, ritroviamo differenti tipi di schede:
  1. Architettura
SU.   Settore Urbano
CA.   Complesso Archeologico
MA.   Monumento Archeologico
Le fasi di progetto del restauro architettonico si articolano così:
     
Ai fini conoscitivi strumento indispensabile è il rilievo che deve essere preferibilmente in scala 1:50. Questo consiste di tre parti distinte:
  1. rilievo geometrico (morfologico e dimensionale)
  2. rilievo materico, senza ombreggiatura
  3. rilievo con il lessico Normal delle superfici alterate

Il rilievo con lessico Normal consiste di una codificazione e simbologia specifica, stabilita in sede della commissione Normal, al fine che gli elaborati grafici rappresentanti degrado della materia, potessero essere compresi da chiunque. Il lessico 1.88 è specifico per la descrizione delle alterazioni e degradazioni di materiali lapidei, marmi, pietre, laterizi, intonaci, stucchi, malte. Per alterazione s’intende uno stato differente da quello iniziale della materia, che non necessariamente debba essere negativo. 
Al fine del consolidamento è necessario procedere ad un’osservazione dei dissesti statici, che non devono essere in atto. I metodi sono vari, dal più semplice che consiste nel segnare sulla lesione i punti di cuspide e verificare se dopo un certo periodo questa si è allungata; al metodo della farfalla di vetro, che se si spacca indica che la lesione si è allargata; al metodo delle piastrine; ai deformometri, ai Tensotast fino ad apparecchiature molto più complesse. 
Se si rileva che le lesioni non sono ferme, ma in atto, si effettuano delle opere di puntellamento di ritegno o di sostegno. Tra questi ricordiamo i: cristol, barbacani, puntelli in legno o in ferro. 
Dopo questa operazione di messa in sicurezza del fabbricato, si procede alla redazione del quadro fessurativo, cioè si riportano le lesioni su piante, prospetti e sezioni. L’analisi di questo insieme di lesioni fornisce l’analisi dei dissesti, a cui seguono numerose ipotesi di intervento e di riutilizzazione. 

La fase successiva consta nella verifica della fattibilità economica e giuridica, e della rispondenza ai principi teorici del restauro. Solo alla fine di questo iter segue il progetto esecutivo,  quindi l’esecuzione dei lavori, ed infine una fase di monitoraggio. Il progetto di restauro viene corredato da un programma di manutenzione pianificata.

In relazione agli interventi di restauro, si è trattato delle operazioni che si effettuano sulle     superfici, come pulitura, incollaggio, protezione, consolidamente, integrazione di lacune  
Come nello schema, nello stabilire il tipo di intervento da utilizzare, occorre conoscere vari fattori:


 L’analisi deve stabilire:
  • natura del materiale
  • livello raggiunto di degrado
  • natura del degrado
  • compatibilità dei prodotti da usare nell’intervento ed i materiali
Le fasi dell’intervento si articolano in:
  • pulitura (con materiale inoffensivo)
  • incollaggio
  • stuccatura
  • consolidamento (i trattamenti devono essere reversibili, quindi devono prima essere sperimentati su  una piccola parte)
  • integrazione delle lacune
  • protezione (trattamento della pietra con materiali idrofobi che ne assicurino la idrorepellenza)
  • manutenzione costante

La pulitura può essere schematizzata nei seguenti tipi:

  • Acqua nebulizzata o atomizzata
PRO CONTRO
facoltà di esecuzione non utilizzabile in stagioni fredde
velocità del trattamento
controllabilità del risultato
assenza di controindicazioni
  • Impacchi con argille assorbenti + acqua =  fango
PRO
adatto alla materia

  • impacchi basici
  • impacchi biologici 
  • microsabbiatura di precisione
  • pulitura da microflora
  • pulitura da depositi di ferro
  • pulitura da depositi di rame
Sono invece assolutamente da evitare la sabbiatura, i metodi chimici, la pulitura a fiamma ed i getti di pressione.

Negli interventi di restauro ci si imbatte spesso nel problema della integrazione di lacune, le quali subiscono trattamenti diversi a seconda che ci si trovi di fronte a manufatti architettonici, pittorei o scultorei. Per la lacuna pittorica Brandi introduce il concetto di selezione pittorica e rigatino, che consiste nel continuare la rappresentazione pittorica in modo frammentario ma con gli stessi colori. 
Sulle superfici inoltre si devono prevedere anche stuccature ed incollaggi, che hanno lo scopo sia di bloccare la penetrazione dell’acqua, che di ricostituire l’unità delle parti. Per fare ciò si ricorre ad applicazioni di leganti (resine) + polvere inerte, oppure a calce o polvere di marmo, oppure meccanicamente con la collocazione di perni d’acciaio.

Con riferimento alle vicissitudini degli interventi di restauro sul Partendone, si sono introdotti concetti come quello dell’anastilosi. Infatti al momento in cui questa questione fu portata alla ribalta, giacevano a terra numerosi frammenti della struttura stessa: si pensò quindi di riassemblare questi pezzi dopo un attento studio filologico. Il problema di tale tecnica consiste , però, nel fatto che iframmenti giacenti a terra, erano stati per secolo soggetti all’opera di corrosione delle intemperie, e sicuramente non corrispondevano più nella forma con quello che erano state un tempo con conseguente difficoltà della posa in opera. Occorrevano quindi delle integrazioni degli spigoli e vertici, che ovviamente vanno a ledere l’immagine storica dell’insieme. Non solo: l’immagine di un Partenone accerchiato da pezzi della sua rovina, era oramai diventata un’immagine del monumento stesso. Gli interventi effettuati sul Partenone, portano alla ribalta anche un altro problema: quello dell’impiego delle nuove tecnologie. Alcuni interventi praticati infatti, ora con barre di ferro (all’epoca non antiossidabile), ora con calcestruzzo armato, provocano dei danni enormi. Si arriva quindi alla conclusione che le tecnologie moderne devono sì essere adoperate, ma solo quando siano state sperimentate e si sia accertato il loro comportamento col passare del tempo. Di qui la difficoltà ad impiegare nel restauro tecnologie e materiali più moderni.
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Tratto dalla relazione finale di Daniela Lubreto dell'IFTS in Restauro e Recupero dei centri storici, luglio 2001

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