Se vi rivolgete al sistema delle biblioteche amburghesi, collegate tra loro come in molte città del mondo “evoluto”, vi renderete conto che vi sono due opzioni per la consultazione dei vari tomi disponibili nel sistema. Questo accade, però, tuttosommato ovunque: i testi si consultano o in loco oppure, prendendoli in prestito, comodamente a casa. Nei sistemi unificati si preleva il tomo in un quartiere e lo si consegna comodamente nella biblioteca più vicino casa. Oppure lo si ordina nella biblioteca vicino casa e lo si riconsegna, anche se il tomo è presente in un solo esemplare nella biblioteca più lontana da casa. Questo significa rendere accessibile cultura ed informazione.
La diversità su cui mi preme porre accento, consiste nel fatto che se un cittadino desidera prendere in prestito un volume per consultarlo dunque al di fuori dei locali della biblioteca, allora deve fare una tessera associativa, annuale o semestrale: dietro corresponsione di un importo di 45 euro annuali (con possibilità di varie riduzioni a seconda se si è giovani, studenti, categorie deboli, ecc.) un cittadino può disporre di questa ulteriore comodità.
Se è vero che è nobilissimo il concetto alla base del sistema bibliotecario italiano (la cultura libera ed accessibile a costo zero per tutti), questa viene costantemente tradita dalle politiche applicate nel nostro paese, con tagli continui alle finanze dei vari enti.
Introducendo una quota associativa si ha la possibilità di poter finanziare e rendere parzialmente autonome la gestione, la manutenzione ed il rinnovamento delle biblioteche. Non a caso sono rimasta piacevolmente stupita nel rendermi conto che i volumi a disposizione più datati che oggi mi sono capitati tra le mani, risalivano al massimo al 2006… Per non considerare la presenza di volumi anche di informatica dei più svariati tipi, a dimostrazione del rispetto delle esigenze rinnovate dei cittadini.
Quindi, perchè non prendere ad esempio questa piccola ma utile cosa? l’introduzione di piccole quote di autofinanziamento per i nostri beni culturali?
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Non solo: l’Italia ha un patrimonio storico, culturale, artistico ed architettonico sottosfruttato. L’unica cosa che si riesce a fare è vendere gli immobili: pessima politica imprenditoriale. Eppure basterebbe introdurre dei biglietti di ingresso per permettere di volta in volta ad un edificio di poter essere visitato senza aggravante di spese; ad una chiesa di poter essere restaurata senza dover ricorrere ad altri fondi; insomma ad offrire e preservare il patrimonio.
Sono sicura che nessuno si tirerebbe indietro di fronte al pagamento di un biglietto di ingresso, così come nessuno dei turisti si tira indietro di fronte al pagamento di ingresso di un bene culturale privato.
Invece queste azioni diligentemente intraprese dai cittadini privati, non vengono parimenti emulate dalle autorità. Tutto quello che si sente dire, è che mancano i fondi. Come poter avere fondi, in Italia sembra solo questione burocratica, fatta di richieste e relativi dinieghi.
Io sono per una equilibrata introduzione dei biglietti di ingresso nei musei, gallerie, edifici storici ed artistici, chiese, e via dicendo. Un biglietto di ingresso che possa prendere anche in considerazione distinzioni tra residenti e non residenti, disoccupati e lavoratori, studenti e categorie deboli… piuttosto che (s)vendere i nostri beni mediante alienazione oppure condannarli al degrado per scarsezza di fondi, atti alla gestione e manutenzione del bene.
La diversità su cui mi preme porre accento, consiste nel fatto che se un cittadino desidera prendere in prestito un volume per consultarlo dunque al di fuori dei locali della biblioteca, allora deve fare una tessera associativa, annuale o semestrale: dietro corresponsione di un importo di 45 euro annuali (con possibilità di varie riduzioni a seconda se si è giovani, studenti, categorie deboli, ecc.) un cittadino può disporre di questa ulteriore comodità.
Se è vero che è nobilissimo il concetto alla base del sistema bibliotecario italiano (la cultura libera ed accessibile a costo zero per tutti), questa viene costantemente tradita dalle politiche applicate nel nostro paese, con tagli continui alle finanze dei vari enti.
Introducendo una quota associativa si ha la possibilità di poter finanziare e rendere parzialmente autonome la gestione, la manutenzione ed il rinnovamento delle biblioteche. Non a caso sono rimasta piacevolmente stupita nel rendermi conto che i volumi a disposizione più datati che oggi mi sono capitati tra le mani, risalivano al massimo al 2006… Per non considerare la presenza di volumi anche di informatica dei più svariati tipi, a dimostrazione del rispetto delle esigenze rinnovate dei cittadini.
Quindi, perchè non prendere ad esempio questa piccola ma utile cosa? l’introduzione di piccole quote di autofinanziamento per i nostri beni culturali?
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Non solo: l’Italia ha un patrimonio storico, culturale, artistico ed architettonico sottosfruttato. L’unica cosa che si riesce a fare è vendere gli immobili: pessima politica imprenditoriale. Eppure basterebbe introdurre dei biglietti di ingresso per permettere di volta in volta ad un edificio di poter essere visitato senza aggravante di spese; ad una chiesa di poter essere restaurata senza dover ricorrere ad altri fondi; insomma ad offrire e preservare il patrimonio.
Sono sicura che nessuno si tirerebbe indietro di fronte al pagamento di un biglietto di ingresso, così come nessuno dei turisti si tira indietro di fronte al pagamento di ingresso di un bene culturale privato.
Invece queste azioni diligentemente intraprese dai cittadini privati, non vengono parimenti emulate dalle autorità. Tutto quello che si sente dire, è che mancano i fondi. Come poter avere fondi, in Italia sembra solo questione burocratica, fatta di richieste e relativi dinieghi.
Io sono per una equilibrata introduzione dei biglietti di ingresso nei musei, gallerie, edifici storici ed artistici, chiese, e via dicendo. Un biglietto di ingresso che possa prendere anche in considerazione distinzioni tra residenti e non residenti, disoccupati e lavoratori, studenti e categorie deboli… piuttosto che (s)vendere i nostri beni mediante alienazione oppure condannarli al degrado per scarsezza di fondi, atti alla gestione e manutenzione del bene.
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