Caro Beppe,
mi permetto di chiamarti con il tuo nome di battesimo, come oramai fanno la maggior parte dei tuoi elettori.
Sono una cittadina, relativamente giovane, che vive all'estero. Relativamente giovane, perchè nel 2013 avere 38 anni in Italia significa essere giovani. Relativamente perchè essere arrivati alla mia età per lo studio, il lavoro e non aver avuto la possibilità di metter su famiglia, significa non più così giovane.
Sono uno di quelli che in Italia viene chiamato “cervello in fuga”: laureata, un master, una specializzazione universitaria, due qualifiche e via via altri titoli che denotano una persona che certo si è data da fare, prima di dover dolorosamente decidere di andare all'estero.
A differenza di quello che si crede, io in Italia lavoravo, ma ho deciso di tornare all'estero – decisione assai sofferta – dopo essermi scontrata con la realtà del paese, che di fatto rifiuta i laureati pur avendone pochi rispetto ad altri paesi, e che non considera gli anni di studio come anni che devono prima o poi in qualche modo essere ammortizzati.
Lavorare con ritenuta d'acconto era la norma e malattie, ferie, preavviso di licenziamento non erano più diritti, ma lasciati di volta in volta alla bontà del datore di lavoro con cui avevo a che fare.
Quando ritornai in Germania quattro anni or sono, detestavo l'idea di dover ritenere indegno quello che ritenevo il mio paese, un paese arretrato per mancanza di lavoro o, peggio ancora, per non apprezzamento dei titoli di studio.
In Germania dichiaravo sovente “sono un esule politico”, spiegando che uno dei motivi fondamentali della mia dipartita – e così era – fosse stato il fatto di non poterne più della politica italiana, in quel periodo personificata dall'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Talvolta i miei interlocutori sgranavano gli occhi al sentirmi autodefinire “esule” ed io sovente provavo un senso di vergogna al pensiero che i veri esuli, i rifugiati, perdono la vita, non il riconoscimento sociale, nei propri paesi.
Essere, però, costretti a lasciare i propri affetti, il proprio ambiente, la propria cultura per non vedere annullati nel Nirvana i tanti anni di studio, è un po' morire, è un po' una scelta tra l'aver riconosciuto di aver buttato oltre dieci anni della propria vita nella pattumiera, o decidere di essere una specie di fantasma in un nuovo paese, un fantasma che però tutto sommato non è così invisibile alla società.
Mi sono sempre ritenuta una persona orientata politicamente decisamente a sinistra, ma non a centro sinistra. Riconosciuto il superamento dell'ideologia comunista, mi sono sempre identificata con quei principi di centralità della persona, dell'ambiente, della giustizia sociale tipici della fazione di sinistra. Ho sempre detestato l'idea che gli “incapaci” fossero puniti una seconda volta (la prima dalla natura) per esser tali ed ho sempre avuto la convinzione che una società civile deve garantire il massimo supporto a tutti, ed ovviamente ai più deboli.
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