Voglio pubblicare qui sul mio blog questo brano che mi è piaciuto molto. Mi è arrivato quasi come un regalo da una donna italiana che aveva costruito la sua vita su rapporti con uomini del mondo arabo fin da un primo suo viaggio in Tunisia. Questa donna negli anni ha fatto notevoli sforzi per carcare di entrare in questa cultura. Vive in Italia ed è sposata con un arabo, per la verità ne ha avuti due di matrimoni con arabi.
Un giorno nell’impetuosità che la contraddistingue nei rapporti che instaura e nella comunicazione, fa avere a me ed altre amiche questo brano. Tra l’altro arrivava in un momento in cui cercavo di gestire il mio impulso a recarmi in Marocco.
Ogni tanto sento come uno strano influsso che mi dice di andare in un posto. Quello era il periodo del Marocco e di Marrakech che presto spero sarà una delle mie mete.
Mi è subito piaciuto questo racconto di viaggio. Nella mia ignoranza pensavo che questo tipo di narrativa fosse noiosa nel suo eccessivo crogiolarsi in minuziose e complesse descrizioni. Era solo un pregiudizio perché a ben pensarci i racconti di viaggio dei miei amici d’oltralpe e non, mi hanno sempre appassionata. Così come mi ha anche sempre appassionato raccontare e raccontarmi quelle che sono le mie esperienze di viaggio. Credo che non esista passatempo intellettuale più bello di questo.
Quindi colgo qui anche un pretesto per ringraziare il mio amico “Nathan N.” che proprio ieri mi ha dilettato con il suo racconto del suo arrivo in Palestina.
In questo brano sono rimasta sorpresa dalla similitudine tra le mie esperienze e quelle di uno scrittore di secolo più vecchio. Magari la prossima volta mi dilettero a raccontare i miei pasti “atipici”.
Una nota sui diritti di autore che si liberano a partire dal settantesimo anno della morte dell’autore o del traduttore: Edmondo De Amicis morì a Bordighera nel 1908.
De Amicis - Un pranzo a Tangeri Marocco (1876)
"Non c'è in tutta Tangeri né un carro né una carrozza; non si sente strepito d'officine né suono di campane né grida di venditori; non si vede nessun movimento affrettato né di cose né di persone; gli stessi europei, per non saper dove battere il capo, restano per ore immobili in mezzo alla piazza; tutto riposa e invita al riposo.
Io stesso, che son qui da pochi giorni, comincio a sentire l'influsso di questa vita molle e sonnolenta. Arrivato al Soc di Barra, mi sento irresistibilmente risospinto verso casa; lette dieci pagine d'un libro, il libro mi sfugge di mano; una volta abbandonata la testa sulla spalliera della poltrona, ho bisogno di riepilogarmi almeno un paio di capitoli dello Smiles, per riuscire a risollevarla; e il solo pensiero del lavoro e delle cure che m'aspettano a casa, mi stanca. Questo cielo sempre azzurro e questa città tutta bianca sono un'immagine della pace inalterata e monotona che diventa a poco a poco, in chi abita questo paese, il supremo desiderio della vita. Ed ecco la cagione per cui interrompo qui le mie note. La mollezza affricana m'ha vinto...
Tra la molta gente che ronzava intorno alla porta della Legazione v'era un moro elegante, che fin dal primo giorno m'aveva dato nell'occhio; uno dei più bei giovani che io abbia visto in Marocco; alto e snello, con due occhi neri e melanconici, e un sorriso dolcissimo, una figura da Sultano innamorato, che Danas, lo spirito maligno delle Mille e una notte, avrebbe potuto mettere accanto alla principessa Badura, in vece del principe Camaralzaman, sicuro che non si sarebbe lamentata del cambio. Si chiamava Maometto, aveva diciotto anni ed era figliuolo d'un moro agiato di Tangeri, protetto dalla Legazione d'Italia, un grosso ed onesto musulmano, che da qualche tempo, essendo minacciato di morte da un suo nemico, veniva quasi ogni giorno, colla faccia spaurita, a chieder aiuto al Ministro. Questo Maometto parlava un poco spagnuolo, alla moresca, con tutti i verbi all'infinito, e così aveva potuto stringere amicizia coi miei compagni. Era sposo da pochi giorni. L'aveva fatto sposare suo padre, perché mettesse giudizio, e gli aveva dato una ragazza di quindici anni, bella come lui. Ma il matrimonio non l'aveva molto cangiato. Egli era rimasto, come dicevamo noi, un moro dell'avvenire, il che consisteva nel bere, di nascosto, qualche bicchiere di vino, fumare qualche sigaro, annoiarsi a Tangeri, bazzicare cogli europei e almanaccare un viaggio in Spagna. In quei giorni però, quello che ce lo tirava intorno, era il desiderio d'ottenere, per mezzo nostro, il permesso d'unirsi alla carovana, e andare così a veder Fez, la grande metropoli, la sua Roma, il sogno della sua infanzia; e a questo fine ci prodigava inchini, sorrisi e strette di mano, con una espansione e una grazia che avrebbe sedotto tutto l'harem dell'imperatore. Come quasi tutti gli altri giovani mori della sua condizione, ammazzava il tempo trascinandosi di strada in strada, di crocchio in crocchio, a parlare del nuovo cavallo d'un ministro, della partenza dell'amico per Gibilterra, d'un bastimento arrivato, d'un furto commesso, di pettegolezzi da donne; o rimanendo molte ore immobile e taciturno in un angolo della piazzetta del mercato, colla testa chi sa dove. A questo bellissimo ozioso si lega il ricordo della prima casa moresca in cui misi il piede, e del primo pranzo arabo a cui arrischiai il palato. Un giorno suo padre ci invitò a desinare. Era un desiderio che avevamo da molto tempo. Una sera tardi, guidati da un interprete e accompagnati da quattro servi della Legazione, s'arrivò, per alcune stradette oscure, a una porta arabescata, che s'aperse, come per incanto, al nostro avvicinarsi; e attraversata una stanzina bianca e nuda, ci trovammo nel cuore della casa. La prima cosa che ci colpì fu una gran confusione di gente, una luce strana, una pompa meravigliosa di colori. Ci vennero incontro il padrone di casa, il figliuolo e i parenti coronati di gran turbanti bianchi; dietro di loro, c'erano i servi incappucciati; più in là, negli angoli oscuri, facce attonite di donne e di bambini; e malgrado la tanta gente, un silenzio profondo. Credevo d'essere in una sala: alzai gli occhi, e vidi le stelle. Eravamo nel cortile. Quella, come tutte le altre case moresche, era un piccolo edifizio quadrato, con un cortiletto nel mezzo, su due lati del quale si aprivano due stanze alte e lunghe, senza finestre, con una sola gran porta arcata, chiusa da una cortina. I muri esterni erano bianchi come la neve, gli archi delle porte, dentellati, i pavimenti a mosaico; qua e là una finestrina binata e una nicchietta per pantofole. La casa era stata addobbata. I pavimenti coperti di tappeti; accanto alle porte dei grandi candellieri, con candele rosse, gialle e verdi; sui tavolini, specchi e mazzi di fiori. Ma l'effetto di tutte quelle cose, in sé medesime punto strane, era stranissimo. C'era un po' della decorazione d'una chiesa, e insieme un'aria di teatrino, di sala da ballo, di reggia posticcia; ma piena di gentilezza e di grazia; e nella distribuzione della luce e nella combinazione dei colori, un effetto novo, un significato profondo, una corrispondenza meravigliosa con tutto ciò che noi avevamo sempre pensato e sentito, confusamente, di quel popolo; come se quella fosse la luce, per così dire, e il colorito della sua filosofia e della sua religione, e vedendo l'interno di quella casa, vedessimo per la prima volta dentro all'anima della razza. Si spese qualche minuto in inchini e in vigorose strette di mano, e poi fummo invitati a vedere la camera degli sposi. Io cercai inutilmente, con una curiosità da sfacciato europeo, gli occhi di Maometto: egli aveva già chinato la testa e nascosto il rossore sotto il turbante. La camera nuziale era una sala lunga e stretta, colla porta sul cortile. Da una parte, in fondo, vi era il letto della sposa; dalla parte opposta quello di Maometto; tutti e due decorati di ricche stoffe, di un colore rosso carico, con sopra una trina; il pavimento coperto di grossi tappeti di Rabat; le pareti, d'arazzi gialli e rossi; e fra i due letti, il vestiario della sposa appeso al muro: busti, gonnelline, calzoncini, vestitini di taglio sconosciuto, di tutti i colori d'un giardino fiorito, di lana, di seta e di velluto, gallonati e stelleggiati d'oro e d'argento; tutto il corredo d'una bambola da principessina; una vista da far girare la testa a un coreografo e morir d'invidia una mima. Di là passammo nella stanza da pranzo. Anche qui tappeti, arazzi, mazzi di fiori, grandi candellieri posti sul pavimento, materassine e guanciali di cento colori stesi a piè dei muri, e due letti addobbati con gran pompa; poiché era la camera nuziale del padrone. Vicino a uno dei letti era apparecchiata la tavola, contro l'uso degli arabi, che mettono i piatti in terra, e mangiano senza posate; e vi scintillava su, a dispetto del Profeta, una corona di vecchie bottiglie, incaricate di rammentarci, in mezzo alle voluttà del banchetto moresco, che eravamo cristiani. Prima di metterci a tavola, ci sedemmo, a gambe incrociate, sopra i tappeti, intorno al segretario del padrone di casa, un bel moro in turbante, il quale preparò il tè sotto i nostri occhi e ce ne fece pigliare, secondo l'uso, tre tazze per uno, spropositatamente inzuccherate, e profumate di menta; e tra una tazza e l'altra accarezzammo il codino e la testina rasata d'un bel bambino di quattr'anni, ultimo fratello di Maometto, il quale contava furtivamente le dita delle nostre mani per assicurarsi ch'eran cinque come quelle di tutti i maomettani. Preso il tè, sedemmo a tavola. Il padrone, pregato, sedette anche lui, per tenerci compagnia, e cominciarono a sfilare i piatti arabi, oggetto della nostra vivacissima curiosità. Io assaggiai il primo con grande fiducia... Eterno Iddio! Il mio pensiero fu di precipitarmi sul cuoco. Tutte le contrazioni che si possono produrre sul viso d'un uomo all'assalto improvviso d'una colica, o alla notizia del fallimento del suo banchiere, io credo che si sian prodotte sul mio. Capii sul momento come una gente che mangiava a quel modo dovesse credere in un altro Dio e pigliare in un altro senso la vita umana. Non saprei esprimere quello che io sentii nella bocca fuorché paragonandomi a un disgraziato costretto a far colazione coi vasetti d'un parrucchiere. Eran sapori di pomate, di cerette, di saponi, d'unguenti, di tinture, di cosmetici, di tutto ciò che si può immaginare di meno proprio a passare per una bocca umana. A ogni piatto ci scambiavamo degli sguardi di meraviglia e di terrore. La materia prima doveva esser buona: era pollame, montone, caccia, pesce; piatti enormi e di bella cera; ma tutto nuotante in salse abbominevoli, tutto unto, profumato, impomatato, tutto cucinato in maniera da parer più naturale di metterci dentro il pettine che la forchetta. Pure bisognava mandar giù qualcosa ed io mi confortavo al sacrifizio ripetendo quei versi dell'Aleardi:
Oh nella vita
Qualche delitto incognito ne pesa!
Qualche cosa si espia!
La sola cosa mangiabile era il montone allo spiedo. Nemmeno il cuscussù, il piatto nazionale dei mori, con grano tritato della grossezza della semola, cotto a vapore e condito con latte o brodo, nemmeno questo famoso cuscussù, che piace a molti europei, mi è riuscito d'inghiottirlo, senza cangiar colore. E ci fu qualcuno di noi che, per punto, mangiò di tutto! Cosa consolante la quale dimostra che in Italia ci sono ancora dei grandi caratteri. A ogni boccone, il nostro ospite c'interrogava umilmente collo sguardo, e noi, stralunando gli occhi, rispondevamo in coro: – Eccellente! Squisito! – e buttavamo giù subito un bicchier di vino per ravvivarci gli spiriti. A un certo punto, scoppiò nel cortiletto una musica bizzarra che ci fece balzar tutti in piedi. Erano tre sonatori, venuti, come vuole il costume moresco, a rallegrare il banchetto: tre arabi dai grandi occhi e dal naso forcuto, vestiti di bianco e di rosso, uno colla tiorba, l'altro col mandolino, il terzo col tamburello; tutti e tre seduti fuori della porta della nostra stanza, vicino a una nicchietta dove avevano deposto le pantofole. Tornammo a sedere e i piatti ricominciarono a sfilare (ventitré, comprese le frutta, se ben mi ricordo) e i nostri volti a contorcersi e i turaccioli a saltare in aria. A poco a poco le libazioni, l'odore dei fiori, il fumo dell'aloé che ardeva nei profumieri cesellati di Fez, e quella bizzarra musica araba, che a furia di ripetere il suo lamento misterioso, s'impadronisce dell'anima con una simpatia irresistibile, ci diedero per qualche momento una specie di ebbrezza taciturna e fantastica, durante la quale ognuno di noi credette di sentirsi il turbante sul capo e la testa d'una Sultana sul cuore. Finito il pranzo, tutti si alzarono e si sparpagliarono per la sala, per il cortile, per il vestibolo a guardare e a fiutare da ogni parte con una curiosità infantile. In ogni angolo oscuro si rizzava, come una statua, un arabo ravvolto nella sua cappa bianca. La porta della camera nuziale era stata chiusa colle cortine, e per lo spiraglio si vedeva un gran movimento di teste bendate. Alle finestrine superiori apparivano e sparivano dei lumi. Si sentivano fruscii e voci di gente nascosta. Intorno e sopra di noi ferveva una vita invisibile, la quale ci avvertiva che eravamo dentro le mura, ma fuori della casa; che la bellezza, l'amore, l'anima della famiglia s'era rifugiata nei suoi penetrali; che lo spettacolo eravamo noi e che la casa rimaneva un mistero. A una cert'ora uscì da una porticina la governante del Ministro, ch'era stata a veder la sposa, e passando per andarsene, esclamò: – Ah! se vedessero, che bottone di rosa! Che creatura di paradiso! – E intanto la musica continuava a suonare, e l'aloé continuava ad ardere, e noi seguitavamo a girare e a fiutare, e la fantasia lavorava, lavorava. E lavorava ancora, e più che mai, quando usciti da quell'aria piena di luce e di profumi, infilammo una viuzza solitaria e tenebrosa, al lume d'una lanterna, in mezzo a un silenzio profondo."
da Edmondo De Amicis, Marocco
PS: la mia amica ha chiuso il suo blog altrimenti lo avrei riportato qui.
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